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E’ arrivata l’ora di fare chiarezza anche nel variegato mondo sindacale.

Senza entrare nel merito della validità dell’azione sindacale degli ultimi anni, sull’onda degli ultimi scandali venuti alla luce negli ultimi giorni, con i riflettori mediatici accesi occorre fare finalmente trasparenza anche in questo ambito.

Dove sarebbe l’oltraggio alla democrazia se qualcuno si permette di chiedere quale sia l’effettivo numero degli iscritti ad ogni sigla?

Dove sarebbe l’oltraggio alla democrazia se viene proposto che abbiano potere di firma e di aderire ai tavoli di trattativa solo le sigle che arrivano alla soglia di almeno il 5% degli iscritti sul totale di quella categoria?

Dove sarebbe l’oltraggio alla democrazia chiedere trasparenza nei bilanci di tutti i sindacati?

E’, invece, imbarazzante il comportamento omertoso di chi non dice apertamente la corposità numerica dei propri iscritti (cosa hanno da nascondere?) ed è francamente scandaloso vedere l’entità dei compensi di alcuni dirigenti sindacali, venuta allo scoperto solo grazie al coraggio di singoli (vedi il caso dell’ex dirigente della CISL del Veneto Fausto Scandola riportato recentemente da Repubblica).

Nel settore privato, l’accordo firmato il 10 gennaio 2014 tra CGIL, CISL e UIL e Confindustria prevede che debba essere l’INPS a conteggiare il numero di iscritti. Peccato che le aziende, non avendone l’obbligo per legge, non abbiano mai comunicato i dati: come è costume in Italia, se non si è obbligati, se non c’è un controllo con delle pene accessorie, con la mole di burocrazia a cui siamo chiamati a rispondere, anche una banale richiesta come questa non viene evasa.

Nel settore dei pensionati, è sempre l’INPS che deve rispondere dei dati: qui risulta che gli iscritti ai sindacati sono 7,1 mln su un totale di 15,8.

Come dice Enrico Marra nel suo articolo sul Corriere della Sera del 13 agosto, dai dati ottenuti dalla sua testata risulta “una differenza tra iscritti reali del 20% in meno per le tre maggiori confederazioni e del 1000% per sigle minori come l’Ugl e la Cisal”.

Nello studio prodotto dalla Consal in Italia ci sarebbero “oltre 3 mln di iscritti fantasma”.

I sindacati, almeno finora, sono considerati associazioni di fatto e il numero degli iscritti (dei sindacati ma anche di associazioni imprenditoriali, da Confindustria in giù) non è pubblico, così come lo sono i loro bilanci. Nemmeno la triplice presenta un bilancio di tutta l’organizzazione ma solo i budget separati per ogni struttura (e così veniamo a sapere che solo di tessere incassano circa 1,2 miliardi all’anno). Dalle casse erariali i CAF riscuotono 170 milioni e i patronati 400.

Il premier Renzi ha già dichiarato che occorre prendere provvedimenti, proprio per garantire i diritti e gli interessi dei lavoratori.

Sicuramente la situazione va normata in modo da garantire maggiore trasparenza e maggior tutela a vantaggio dei lavoratori stessi: rendere pubblico il numero degli iscritti e poter mettere così una soglia di rappresentanza per avere potere di firma e di accesso ai tavoli di trattativa (quindi, parliamo anche in ambito di medicina fiscale) sono i primi, necessari passi.

Del resto, la tutela dei lavoratori è il primo principio che muove l’attività della medicina fiscale stessa.

 

Federica Ferraroni

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