Pubblichiamo parte della relazione annuale del presidente INPS Tito Boeri che già nello scorso luglio anticipava quello che in questi giorni viene riportato all’attenzione pubblica mediatica: la riforma del lavoro e delle pensioni, l’utilizzo dei voucher e di benefici come la 104, la necessità di migliorare prestazioni come l’invalidità civile e di riformare l’Inps stesso, il principale fornitore pubblico di servizi agli Italiani.

Il discorso di Boeri  contiene argomenti e propone soluzioni alle problematiche che vivono gli Italiano quotidianamente.

Un codice di protezione sociale europeo

Dietro alle spinte centrifughe che oggi sembrano mettere in discussione la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea c’è una tensione latente fra domanda di protezione sociale e immigrazione. Da una parte, anni di crisi e una crescente vulnerabilità ai cambiamenti tecnologici e alla globalizzazione di vasti strati della popolazione alimentano la domanda di protezione. Dall’altra, si teme che i massicci flussi migratori in atto possano minare le fondamenta del welfare state. La paura che la libera circolazione del lavoro nell’ambito dell’Unione Europea si potesse tradurre in turismo sociale, in welfare shopping, ha giocato un ruolo rilevante nel referendum sulla Brexit. In molti paesi dell’Unione Europea, soprattutto in quelli con uno stato sociale più generoso, vi sono partiti che capitalizzano su questi timori descrivendo tutti gli immigrati, siano questi comunitari o extra-comunitari, come vere e proprie “spugne dello stato sociale”. Non c’è evidenza che questo avvenga. In Italia, ad esempio, gli immigrati versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi. Certo, a fronte di questi contributi netti vi saranno un domani prestazioni: gli immigrati di oggi faranno parte dei pensionati di domani. Ma è anche vero che in molti casi i contributi previdenziali degli immigrati non si traducono poi in pensioni. Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci abbiano “regalato” circa un punto di PIL di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro. Sono ben altre le categorie che ricevono di più, spesso molto di più di quanto hanno versato al nostro sistema di protezione sociale. Lo documentano la sezione “A Porte Aperte” del nostro sito e le nostre audizioni parlamentari sui vitalizi per cariche elettive. Chiudersi al resto dell’Europa, chiudere le proprie frontiere è la risposta sbagliata a queste tensioni. Le vere minacce alla protezione sociale vengono proprio da chi vuole impedire la libera circolazione dei lavoratori. Chi si sposta e trova lavoro altrove rende il finanziamento dello stato sociale meno oneroso perché non rende necessari i trasferimenti destinati a chi perde il lavoro. La possibilità di cambiare paese rappresenta la migliore assicurazione contro il rischio di non trovare lavoro per molti giovani europei. Non è un caso che i giovani abbiano votato massicciamente per far rimanere la Gran Bretagna nell’Unione. Il vero e proprio esodo di giovani italiani intervenuto negli ultimi 6 anni è stato contestuale alla forte crescita della disoccupazione giovanile. La mobilità del lavoro favorisce anche la crescita soprattutto nei paesi che ricevono gli immigrati, rendendo più facile finanziare lo stato sociale.

Protezione sociale come libertà

Il welfare state europeo non è morto. Né appare destinato a scomparire. Ma deve essere reso più efficiente nel contrastare la povertà e nel rendere i contribuenti consapevoli del fatto che non rappresenta una tassa, ma una assicurazione sociale. La portabilità dei diritti sociali e la trasparenza sulle carriere contributive in paesi diversi resa possibile dall’ESSIN possono favorire la concorrenza fra paesi nel migliorare le proprietà del proprio sistema, rendendolo più equo e, al contempo, più leggero agli occhi dei contribuenti perché percepito come un’assicurazione contro rischi che altrimenti non troverebbero copertura nel mercato. Un’assicurazione sociale che amplia la libertà di scelta degli individui permettendo loro di prendere dei rischi, ad esempio cercando un lavoro meglio corrispondente alle proprie competenze e aspirazioni, sapendo di poter contare su di un paracadute nel caso in cui le cose andassero male. Un’assicurazione sociale che, come una mamma, rimedia alla scarsa lungimiranza di chi non pensa a cosa farà al termine della propria vita lavorativa: i contributi obbligatori al sistema previdenziale pongono dei limiti oggi ai consumi di chi lavora per evitare la povertà o comunque un brusco ridimensionamento dei propri standard di vita quando smetterà di lavorare. Questi limiti imposti oggi ampliano la libertà di scelta di domani. Potrebbero anche essere meno stringenti se ci fosse maggiore consapevolezza previdenziale. E più chiare a tutti le regole che presiedono al funzionamento del sistema, più facile per gli individui capire che quei contributi obbligatori non sono tasse, ma qualcosa che, più in là nel tempo, ci darà maggiore libertà di scelta. Ma le preoccupazioni di molti nostri concittadini, soprattutto quelli meno mobili e più a rischio di perdere il lavoro, non possono essere ignorate. E non bisogna negare che l’Unione Europea sin qui non si è data gli strumenti adeguati per monitorare la mobilità dei lavoratori all’interno delle sue frontiere. Non si è coordinata tra le amministrazioni dello stato sociale per prevenire potenziali abusi con persone, per esempio, che ricevono i sussidi di disoccupazione in un paese e lavorano in un altro. Per questo motivo, l’Inps ha proposto alle istituzioni partner in Europa di istituire un codice di protezione sociale che valga per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Questo European Social Security Identification Number (ESSIN) dovrebbe permettere la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori all’interno dell’Unione, impedendo il welfare shopping. Il principio deve essere quello che, in caso di disoccupazione o di pensionamento, ogni sistema nazionale paghi in base ai contributi sociali versati in quel Paese del richiedente. E’ un modo di separare la fornitura di protezione sociale dal problema dell’immigrazione. Il codice di protezione sociale può diventare anche un fattore identitario, un modo di acquisire nei fatti la cittadinanza europea, così come è stato il Social Security Number nella storia degli Stati Uniti.

Il welfare state europeo non è morto. Né appare destinato a scomparire. Ma deve essere reso più efficiente nel contrastare la povertà e nel rendere i contribuenti consapevoli del fatto che non rappresenta una tassa, ma una assicurazione sociale. La portabilità dei diritti sociali e la trasparenza sulle carriere contributive in paesi diversi resa possibile dall’ESSIN possono favorire la concorrenza fra paesi nel migliorare le proprietà del proprio sistema, rendendolo più equo e, al contempo, più leggero agli occhi dei contribuenti perché percepito come un’assicurazione contro rischi che altrimenti non troverebbero copertura nel mercato. Un’assicurazione sociale che amplia la libertà di scelta degli individui permettendo loro di prendere dei rischi, ad esempio cercando un lavoro meglio corrispondente alle proprie competenze e aspirazioni, sapendo di poter contare su di un paracadute nel caso in cui le cose andassero male. Un’assicurazione sociale che, come una mamma, rimedia alla scarsa lungimiranza di chi non pensa a cosa farà al termine della propria vita lavorativa: i contributi obbligatori al sistema previdenziale pongono dei limiti oggi ai consumi di chi lavora per evitare la povertà o comunque un brusco ridimensionamento dei propri standard di vita quando smetterà di lavorare. Questi limiti imposti oggi ampliano la libertà di scelta di domani. Potrebbero anche essere meno stringenti se ci fosse maggiore consapevolezza previdenziale. E più chiare a tutti le regole che presiedono al funzionamento del sistema, più facile per gli individui capire che quei contributi obbligatori non sono tasse, ma qualcosa che, più in là nel tempo, ci darà maggiore libertà di scelta.

L’investimento che l’Inps ha compiuto nell’ultimo anno nell’informare i contribuenti su quanto hanno sin qui accantonato per la propria vecchiaia e su quanto potrebbero aspettarsi di ricevere dal sistema pensionistico in futuro è perciò una scelta di libertà. Spinge tutti, soprattutto i giovani, a prendere in mano il proprio futuro. Più forte la consapevolezza che operazioni come “la mia pensione” e l’invio delle cosiddette “buste arancioni” riescono ad offrire, più ampia la libertà che si può oggi accordare agli individui nello scegliere quando ritirarsi dalla vita attiva. Più informati e consapevoli i contribuenti, minori i vincoli che si dovranno imporre ai lavoratori nel metter da parte risorse per la propria vecchiaia.

Un rapporto diretto coi cittadini

Non è da oggi che l’INPS informa. L’informazione è nel DNA di questo istituto. L’INPS non potrà mai rinunciare a questa funzione. Il nostro acronimo forse potrebbe essere meglio declinato come INformazione sulla Protezione Sociale. Informare è quello che ci chiedono i nostri utenti principali, contribuenti, pensionati e imprese. Secondo i risultati di un’indagine effettuata su un campione di nostri utenti oltre il 90% ritiene che sia compito dell’Inps informare i contribuenti e aumentare la trasparenza del sistema previdenziale. Sono molte le informazioni che raccogliamo nell’esercizio delle nostre funzioni. Nel rispetto delle normative sulla privacy abbiamo scelto di metterle a disposizione non solo di chi decide, ma anche di chi vuole formarsi un’opinione su chi decide. I dati amministrativi servono per esercitare il controllo democratico sull’operato dei governi e delle istituzioni, a partire dallo stesso Inps.

Trasparenza e democrazia

Sono molte le informazione che raccogliamo nell’esercizio delle nostre funzioni. Nel rispetto delle normative sulla privacy abbiamo scelto di metterle a disposizione non solo di chi decide, ma anche di chi vuole formarsi un’opinione su chi decide. I dati amministrativi servono per esercitare il controllo democratico sull’operato dei governi e delle istituzioni, a partire dallo stesso Inps. È con questo spirito che il rapporto annuale che oggi vi presentiamo non si limita a tracciare un bilancio di ciò che l’istituto ha fatto negli ultimi 12 mesi.Vuole anche offrire i nostri dati per capire cosa sta accadendo al mercato del lavoro, quale copertura assicura il nostro sistema di protezione sociale, quali sono stati gli effetti di cambiamenti introdotti nel nostro ordinamento sulle materie di pertinenza del nostro istituto.

Certo, per valutare le politiche ci vogliono analisi più approfondite di queste semplicistatistiche descrittive. Abbiamo voluto nell’ultimo anno ampliare le capacità di utilizzare i dati raccolti ddall’istituto per valutare la politica economica in Italia. Il programma VisitINPS dal gennaio di quest’anno permette a 32 ricercatori delle migliori università straniere e italiane di interrogare a fondo i dati dell’INPS per porsi quesiti rilevanti per le valutazioni delle politiche pubbliche, soprattutto quelle attinenti a compiti istituzionali dell’istituto.

Jobs Act e Youth Act

Con il Jobs Act si è davvero finalmente pensato ai giovani e al loro ingresso nel mercato del lavoro, Non c’è dubbio che il 2015 sia stato un anno di grande cambiamento nelle modalità di ingresso dei giovani nel nostro mercato del lavoro, con un forte incremento nella quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato ai danni dei contratti a tempo determinato. Gli interrogativi più importanti riguardano la durata di questi miglioramenti.

Dovremmo preoccuparci, ancora, se la maggiore stabilizzazione dell’impiego conseguita da inizio 2015 fosse attribuibile solo agli incentivi fiscali. Nella maggiore stabilizzazione dell’impiego sembrano avere giocato un ruolo anche le nuove norme sul lavoro con la progressiva applicazione dei contratti a tutele crescenti a tutti i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

Non è da oggi che sottolineiamo le patologie sottese al boom dei voucher per il lavoro accessorio. Solo poco più di un voucher su dieci corrisponde a un secondo lavoro e, in non pochi casi (in 4 casi su 10), rappresenta l’unica fonte di reddito. Raramente il voucher comporta emersione di lavoro nero: se consideriamo gli uomini in età centrali, individui che nella stragrande maggioranza dei casi lavorano, troviamo pochissime persone (attorno allo 0,2% dei percettori di voucher) prive di una posizione contributiva al di fuori del voucher. Ci sono poi vere e proprie forme di cronicità nell’uso di questo strumento con un lavoratore a voucher su 6 che risulta privo di una qualsiasi posizione previdenziale. Le analisi svolte dall’Inps in collaborazione con Veneto Lavoro (la regione con maggiore utilizzo relativo dei  voucher) dimostrano come i voucher siano stati utilizzati spesso con finalità molto diverse da quelle  che si era posto il legislatore all’atto della loro prima introduzione, coinvolgendo una platea molto più ampia di quella inizialmente prefigurata.

Anche in questo caso, la scelta di rendere pubblici e accessibili a tutti i dati raccolti nell’esercizio delle nostre funzioni è servita ad avviare un confronto informato su questo fenomeno. Crediamo siano stati utili anche nel prendere provvedimenti, come la comunicazione preventiva della prestazione di lavoro, che hanno posto un freno alla prassi legislativa di ampliare sempre di più il raggio d’azione dei voucher.Vedremo nei prossimi mesi quanto la tracciabilità sia efficace nel riportare l’utilizzo dei voucher nell’alveo inizialmente considerato dal legislatore e coerente con misure analoghe prese in altri paesi europei (come i titres de service in Belgio e Francia).In caso contrario,occorrerà valutare l’opportunità di circoscrivere l’utilizzo dei voucher a prestazioni e settori in cui è maggiormente diffuso il lavoro nero.

Quando la famiglia non basta

Nei prossimi 60 anni il numero di persone con più di 80 anni triplicherà. Le generazioni maggiormente a rischio di non autosufficienza passeranno da un quinto ad un terzo della popolazione italiana. Non è pensabile rispondere ad una domanda crescente di assistenza di lungo periodo basandosi pressochè interamente sul contributo delle famiglie delle persone non autosufficienti.

La bassa copertura␣degli␣interventi pubblici per la Long-term care in␣Italia riguarda anche ␣l’ammontare delle prestazioni. I 512,34 euro erogati per 12 mensilità con le indennità di accompagnamento, il principale programma pubblico di assistenza alle persone non bastano per coprire costi di cura che sono generalmente molto più alti alla luce della gravità e continuità dei bisogni assistenziali. L’obiettivo deve essere quello di fornire un aiuto più consistente a chi ne ha maggiormente bisogno. Un’operazione di questo tipo può essere in parte rilevante finanziata razionalizzando l’accesso ad altre  prestazioni che oggi non sempre vengono concesse a chi ne ha davvero bisogno.

Vi sono poi fondate ragioni per pensare che i permessi retribuiti della 104 vengano allocati senza sempre verificare se questi permessi vengono utilizzati davvero per assistere persone con disabilità gravi. Troppo alta l’incidenza dei permessi retribuiti nel pubblico impiego rispetto al settore privato (fino a 6 giorni pro capite all’anno nel pubblico impiego rispetto a un giorno e mezzo nel settore privato). Troppo forte la variabilità tra i settori della PA, non sempre spiegata dalla struttura per età e genere dei lavoratori. La 104, peraltro, non ha costi irrisori, come talvolta si ritiene, includendo nel calcolo le prestazioni di lavoro non rese ma retribuite nel pubblico impiego, questa misura costa più di 3 miliardi di euro all’anno. Controlli oggettivi sull’utilizzo di questi permessi sono tanto più necessari e giustificati quanto più si punti su un’assistenza pubblica di qualità piuttosto che affidarsi unicamente sulle cure informali delle famiglie.

Un’altra fonte di sprechi è legata alla complessità degli accertamenti delle condizioni di disabilità. Mantenere un doppio accertamento, prima da parte delle ASL, poi da parte  dell’INPS allunga i tempi di erogazione delle prestazioni e rende più difficile garantire uniformità su tutto il territorio nazionale nel verificare le condizioni di accesso. Oggi vi sono differenze molto marcate tra province nell’incidenza delle indennità di accompagnamento anche quando si tenga conto della struttura per età della popolazione e della pressione epidemiologica. Nelle regioni e province in cui è stato chiesto all’Inps di accentrare su di sé l’intero processo di accertamento, si sono dimezzati i tempi di attesa dell’esito della valutazione, risparmiando risorse pubbliche altrimenti assorbite dalla duplicazione delle commissioni mediche. L’unificazione del processo valutativo tende anche a ridurre il contenzioso, che spesso trae spunto da giudizi diversi a monte e a valle del processo.

Anche riducendo gli sprechi e migliorando la capacità di raggiungere chi ha maggiormente bisogno di assistenza, la spesa per la cosiddetta Long-term care è destinata a crescere nei prossimi decenni, perchè aumenteranno le persone a rischio di non autosufficienza e i costi nell’offrire servizi socio-sanitari di qualità. Soprattutto in un contesto in cui si potessero gradualmente ridurre i contributi previdenziali obbligatori, potrebbe essere opportuno introdurre una contribuzione obbligatoria come assicurazione contro il rischio di non-autosufficienza. Se estesa ai pensionati, questa contribuzione potrebbe essere relativamente contenuta. Ad esempio, potrebbe essere dell’ordine dello 0,35% del salario come quella oggi utilizzata nel pubblico impiego per finanziare, inter alia, programmi di assistenza domiciliare come l’Home Care Premium.

L’uscita flessibile

Una maggiore libertà di scelta delle persone riguardo a quando percepire la prima pensione può anch’essa contribuire ad alleggerire il peso che oggi grava sulla “generazione sandwich”, agendo su di un doppio versante.

Da una parte, l’uscita flessibile e sostenibile dal mercato del lavoro può permettere a molte persone che volgono verso la fine della loro carriera lavorativa di dedicare più tempo alla loro famiglia. Dall’altro,  l’uscita flessibile può facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani rendendoli indipendenti prima. Secondo le nostre stime, potrebbe avere ridotto in modo consistente le opportunità di impiego per i giovani perché imprese con vincoli di liquidità si sono trovate di colpo a dover trattenere lavoratori che erano in procinto di ritirarsi dalla vita attiva, dunque spesso demotivati. Le conseguenze sull’occupazione giovanile di queste mancate uscite sono ancora più evidenti nel pubblico impiego.

I correttivi sin qui apportati per stemperare le conseguenze di questo blocco, a partire dalle 7 salvaguardie, appaiono molto costosi e inadeguati. Le salvaguardie hanno eroso fino ad un sesto dei risparmi conseguiti dalla riforma del 2011 e questo senza contare gli alti costi amministrativi di queste misure sia a livello centrale che sul territorio. Stimiamo che queste operazioni abbiamo assorbito 181 posizioni a tempo pieno per un anno, distogliendo il personale dell’istituto da altre attività, con un costo ombra di quasi 34 milioni di euro. Pur essendo state introdotte per affrontare situazioni di emergenza sociale, le salvaguardie non tengono conto del livello di reddito delle famiglie dei beneficiari. Una pensione salvaguardata su 8 vale più di 3.000 euro al mese.

Il nuovo modello di servizio

Fornire protezione sociale significa fornire servizi. L’Inps oggi è il principale fornitore pubblico di servizi al cittadino. E’ a loro che abbiamo pensato nel riformare la macchina, nel renderla maggiormente orientata a utenti e con domande sempre più complesse alle somme erogate.

La macchina Inps costa poco in rapporto alle somme intermediate dall’istituto anche in comparazione con altri istituti di sicurezza sociale presenti a livello europeo. Circa l’1% del bilancio dell’istituto serve a coprire le spese gestionali. In termini assoluti, il costo della macchina Inps è di 3,6 miliardi di cui circa la metà spese di personale e l’altra metà acquisti di beni e servizi. Questa macchina contribuisce ogni anno circa un punto di PIL alla riduzione del debito pubblico mediante il contrasto all’evasione ed elusione contributiva e il controllo sulla permanenza dei diritti alle prestazioni sociali. Ogni euro speso per la macchina Inps genera così 4 euro, tra minori spese per prestazioni e entrate aggiuntive, di trasferimenti alle casse dello Stato.

L’Inps sul territorio

Nel nuovo modello di servizio che stiamo mettendo in atto intendiamo rafforzare la nostra presenza sul territorio. Continuerà la razionalizzazione delle sedi, dopo l’incorporazione di Inpdap ed Enpals. Ma vogliamo non di meno aumentare le opportunità di contatto personale sul territorio, consapevoli dell’importanza del patto fiduciario che hanno con noi i lavoratori,  le imprese e i pensionati.

Per questo riequilibreremo il rapporto fra posizioni dirigenziali apicali presso la Direzione Generale a Roma e presso le sedi sul territorio. Ci serviranno anche nuove risorse per frenare l’emorragia di quadri dovuta al blocco del turn over nella P.A. che si protrae ormai da 15 anni. Chiederemo di poter bandire un concorso per funzionari nei profili in cui  lamentiamo le maggiori carenze di organico.

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