torre eiffel accesaPrima regola: mantenere la calma.

Ogni medico lo sa bene: in qualsiasi condizione, mantenersi lucidi per poter analizzare bene gli eventi e prendere le giuste decisioni è la base per reagire nella maniera più appropriata ad ogni evento, ordinario o straordinario.

Seconda regola: sapere cosa fare e come farlo, da soli o in collaborazione con altri. Provate solo a pensare alla confusione che si crea ogni volta che si verifica un incidente stradale anche piccolo: a parte l’ovvietà di chiamare tempestivamente i soccorsi, se per caso l’incidente avvenisse in aree dove la copertura satellitare fosse assente?

Quanti di noi (anche fra noi medici) sono in grado di attivare una catena di comando, stabilizzare un ferito, porre in atto tempestivamente e correttamente le necessarie procedure di pronto soccorso?

E’ l’approccio basico da porre in atto di fronte ad ogni emergenza e lo resta anche adesso, nei giorni successivi all’ondata emotiva che ha colpito tutti noi di fronte agli atti barbari parigini di venerdì 13.

Ma gestire un evento non basta. Cosa fare per evitare che si ripresentino episodi di questo tipo a casa nostra, all’interno dei confini europei?

Pianificazione, formazione, prevenzione: sono questi i cardini della questione. Concetti, fra l’altro, ben noti a noi medici.

Prevenire significa intensificare i controlli: questo lo abbiamo sentito ovunque, in questi ultimi due giorni.

Nel prossimo futuro avremo eventi di massa come gli Europei (proprio in Francia) o il Giubileo in Italia, ma ognuno di noi deve sentirsi tranquillo negli atti della vita quotidiana. E non possiamo nemmeno pensare di annullare eventi importanti di richiamo di masse: sarebbe un’implicita ammissione di resa. Le nostre vite non devono cambiare, tantomeno per paura.

Chi viaggia tutti i giorni per lavoro (in treno, in aereo, in autostrada) deve sapere che i controlli saranno intensificati a garanzia della sicurezza di tutti e per maggior tranquillità propria e dei propri famigliari.

Ulteriori carichi di lavoro per le forze della difesa e dell’intelligence, quindi.

E poi? Può bastare questo? Oppure occorre pensare a qualcosa d’altro?

Non è forse il caso di pensare che siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo? Che, per esempio, sarebbe corretto fornire a tutti i cittadini delle conoscenze “basic” sul corretto comportamento in momenti di crisi. Su come comportarsi in particolare condizioni “di stress”. Su come intervenire fornendo l’assistenza di primo soccorso ad un ferito. Su cosa fare e cosa non fare in momenti di emergenza. Sono conoscenze che tutti dovrebbero possedere, senza continuare a ripeterci che alla fine “non è compito nostro, ma del personale addestrato” e dovrebbero far parte delle nostre conoscenze civiche pratiche, tanto quanto le nozioni teoriche del buon vivere comune..

 

Perché nessuno di noi sa quali siano le regole base per non farsi prendere dal panico, per saper reagire con calma e compostezza, per arrivare addirittura, in condizioni di emergenza, a identificare una persona sospetta, se non addirittura a sapere come si può disarmare una persona armata, come hanno fatto quei giovani militari americani sul treno francese poco tempo fa. E queste sono cose che si possono imparare solo sul campo, ripetendo e ripetendo gesti che alla fine diventano automatici, esattamente come facciamo quando insegniamo ai nostri figli a guardare a destra e a sinistra prima di attraversare la strada.

In occasioni particolari, può bastare poco per evitare una strage, perché non sempre i militari possono arrivare ovunque, in regime di pace e su territori nazionali dove la vita scorre tranquilla. Ma, in ogni caso, non sono comportamenti che si possano improvvisare senza una adeguata formazione.

 

E arriviamo, infine, alla pianificazione. Con una disoccupazione giovanile al 40% non si potrebbe ripensare ad una forma ridotta e temporalmente limitata di servizio civile volontario che, eventualmente, rientri nel curriculum richiesto a chi vuole partecipare a concorsi pubblici oppure a delle ore di lezione a scuola dedicate a queste nozioni basilari di educazione civica “attiva”?

E non si dica che i giovani occidentali non sarebbero ricettivi a questo tipo di stimolo: in realtà è vero esattamente il contrario come dimostra l’entusiasmo con cui i nostri ragazzi rispondo con generosità ogni volta che una qualche emergenza locale richiede il loro intervento. Quante volte è successo che di fronte ad alluvioni o altre emergenze, folle di giovani volontari si siano messi a disposizione, peraltro in condizioni di totale disorganizzazione e senza un coordinamento efficace che ne ottimizzasse l’intervento?

Ancora una volta i fatti di Parigi ci insegnano quanto siano vitali per una comunità la pianificazione e la formazione, che sono da sempre il tallone d’Achille del nostro Paese.

 

Questo è il momento di programmare con calma tutte le possibili strategie future, per non farci trovare impreparati ad ogni evenienza, attacco terroristico o ad altra emergenza di qualsiasi tipo.

Abbiamo troppo trascurato questi aspetti, pensando di delegarle in toto ai “professionisti” e, di fatto, chiamandoci fuori dal problema, nell’illusione che non sarebbe stato mai più necessario pensare che tutti debbano essere messi in grado di difendere se stessi e l’incolumità dei più.

 

Federica Ferraroni

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