Ecco una riflessione che merita di essere letta, fatta sulla base dell’episodio capitato il 12 gennaio scorso al Policlinico Cardarelli di Napoli, quando Gabriela Cipolletta perde la vita durante un intervento di Interruzione volontaria di Gravidanza: ad operarla, per una tragica fatalità, lo stesso ginecologico, Fulvio De Simone, che vent’anni prima l’aveva aiutata a nascere.

Ecco cosa scrive  Maurizio Scassola, Vicepresidente Fnomceo, sull’intero modo di vivere la Professione e di concepire la Relazione di Cura (da “Filo diretto con la FNOMCeO” a cura dell’Ufficio Stampa FNOMCeO).

scassola

“L’ho fatta nascere io, mi è morta tra le braccia”. Riprendo il titolo del quotidiano Il Mattino perché è denso di significato, di emotività, di vita professionale e umana, straordinariamente segnata da questa vicenda: la morte di una giovane durante un intervento chirurgico eseguito da colui che l’aveva fatta nascere.

Ma, quasi in assonanza, ricordo anche Anna Massignan, la Collega medico di famiglia morta recentemente per complicanze durante la gravidanza. Sono due vicende che devono fermare per un istante il nostro tempo di vita nevrotico, inquieto per farci riflettere sul significato delle nostre storie.

Non mi interessa in questo ambito la verità ma il senso del nostro percorso; senso non solo professionale ma di Società, di Comunità, di Paese. Il medico è una persona che cura e mette a disposizione della persona che soffre le proprie competenze; la scelta di questo professionista è una scelta di vita,umana, professionale e di impegno civile. Queste vicende coinvolgono il medico come professionista, come cittadino, come persona, come paziente. Il medico ed il paziente quindi sono persone che si incontrano e possono vivere insieme momenti drammatici, certamente con ruoli diversi e peculiari. Ma è sbagliato pensare che li vivano su fronti opposti: abbiamo tutti il bisogno di ricordare cheabbiamo un grande obiettivo comune rappresentato dalla nostra Salute.

Abbiamo bisogno di autonomia professionale e decisionale ma questa autonomia deve confrontarsi con l’autonomia delle persone che curiamo: la medicina, oggi più che mai, è ricerca di equilibrio tra queste due autonomie e questa ricerca è parte fondante della nostra professione. Non possiamo pretendere di lavorare in una condizione di perfetta autonomia: sarebbe una falsificazione della realtà. Solo un medico strabico, incapace di guardare l’insieme al quale appartiene, può pretendere di non dover rendere conto del proprio operato specie quando si vive in squadra e si dipende sempre gli uni dagli altri. Dobbiamo porci in discussione con strumenti e modalità diversi dai consueti, prestando attenzione ai profondi mutamenti che si succedono sia in ambito sociale che in ambito organizzativo e relazionale; dobbiamo recuperare quella capacità di interrogare e leggere i contesti, di ripensare il sistema articolato delle relazioni fra diversi soggetti, di recuperare il senso della complessità e di offrirne una visione unitaria non da una posizione intellettuale, speculativa, ma nella prospettiva di una verifica e revisione veramente politica, organizzativa e di assunzione di responsabilità. Per la costruzione di una nostra rinnovata consapevolezza dobbiamo partite da un pensiero critico interno, dalla analisi delle nostre sofferenze, attraverso la narrazione degli atti quotidiani e l’ascolto attento di Altri che ci e si raccontano. Viviamo un tempo di grandi cambiamenti generazionali; dovremmo cogliere questa occasione per confrontarci con le nuove generazioni; anche questa è un’altra sfida: trasmetter ee recepire i valori transgenerazionali, interpretare e far intraprendere una professione che sappia unire la professionalità ai valori etico – sociali, la specializzazione alla umanizzazione. Dobbiamo porre la questione su quale Servizio Sanitario Nazionale vogliamo, non solo guardando alla sua sostenibilità ma ai suoi nuovi obiettivi, alla sua riorganizzazione, alla valorizzazione dei professionisti che vi lavorano ed alla loro sicurezza; non c’è qualità e sicurezza per le persone che curiamo se non viviamo in un ambiente – dentro le professioni sanitarie e tra le professioni – protettivo e solidale.

Ecco allora che le vicende che abbiamo ricordato all’inizio devono imporci riflessioni sul senso e sui significati della nostra professione, del rapporto con la persona che curiamo, del rapporto con le altre professioni sanitarie, del rapporto con la politica, del rapporto con il Servizio.

Maurizio Scassola

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