La Medicina Fiscale INPS deve sopravvivere

E ’ questo il primo messaggio che questa rivista, fin dalla sua nascita, ha lanciato.

La Medicina Fiscale in Italia ha una mission sociale di alto profilo.

E’ una disciplina medica vera e propria preposta alla funzione primaria di salvaguardare la salute dei lavoratori veramente malati, sia nei confronti delle possibili angherie subite dai datori di lavoro sia nei confronti dei lavoratori che sfruttano i certificati di malattia per assentarsi dal lavoro ma che malati non sono.

L’INPS è l’ente che è stato individuato come quello più titolato a farsi carico di una funzione così importante per tutti i lavoratori italiani perché ha tutte le carte in regola (manpower e struttura tecnologica) per esportare nel settore pubblico l’esperienza e i risultati ottenuti in più di 25 anni di attività nel privato: infatti, se questo Ente, finora, ha tutelato precipuamente gli addetti al settore privato, con la riforma presente all’interno del ddl Madia sulla PA questo importante compito verrà allargato a quelli del settore pubblico.

Tutti i lavoratori italiani, quindi.

Un progetto ambizioso che è arrivato alle fasi conclusive dell’iter parlamentare con le prossime votazioni alla Camera, dopo aver superato brillantemente il passaggio al Senato.

Dicevamo che, oltre all’impianto informatico innovativo (anche se ancora in fase di rodaggio), l’Ente dispone di un gruppo di medici formati sul campo in tutti questi anni di attività che ha i titoli e le tutele di legge (la priorità ai medici attualmente presenti in lista) per continuare a svolgere questa professione.

Questo gruppo di medici (eventualmente e in base alle necessità, insieme ai medici fiscali ASL) deve continuare ad avere una propria connotazione autonoma, proprio per permettere alla Medicina Fiscale di poter continuare a svolgere efficacemente la sua funzione di tutela dei lavoratori veramente malati, da una parte, e di deterrenza e di lotta all’assenteismo, dall’altra. La politica (e in particolare il ministro Madia all’interno del governo Renzi) ha compreso la funzione pubblica di questa disciplina medica che, con le risorse derivanti da questa riforma, può tornare ad esercitare la meglio la propria mission: ci sono, infatti, tutte le condizioni per poter arrivare, anche per i medici fiscali, al contratto codificato e presente in tutti gli ambiti medici, dall’INAIL, all’ASL, ai medici della navigazione ai medici carcerari.

 

L’altro comparto della Medicina INPS (quello dei medici che svolgono attività di sede) ha tutt’altro genere di funzioni, diverse ma altrettanto importanti, quelle dell’invalidità civile e previdenziale.

Oltre alla funzione di verifica nei confronti dei lavoratori assenti per malattia, l’INPS deve svolgere, per legge, anche l’altro compito importantissimo di controllo sulle pensioni di invalidità civile (oltre ad essere l’Ente erogatore). Nell’ambito dell’invalidità civile, i compiti del medico INPS di sede sono molteplici e complessi e comprendono, per esempio, la presenza all’interno della Commissione ASL di prima istanza e di riesame, le revisioni che da marzo sono diventate di competenza INPS, l’attività di controllo sia agli atti dei verbali di prima istanza e di riesame sia tramite visite dirette. Tra i compiti dell’attività assistenziale ricordiamo l’invalidità previdenziale, il controllo dell’attività del medico di medicina generale tramite l’esame di tutti i certificati di malattia pervenuti, l’attività di controllo sull’attività della medicina fiscale che comprende anche le visite ambulatoriali dei lavoratori assenti alla visita fiscale domiciliare.

I medici INPS che svolgono questa attività di sede sono formati da due gruppi, tutti con specializzazione (che per questo tipo di attività è indispensabile e, in particolare, svolge particolare importanza quella in medicina legale). Sono circa 400 medici “interni” e circa 1000 medici “esterni”, che si differenziano tra di loro non per il lavoro svolto, uguale in tutto e per tutto, ma per le troppo diverse condizioni contrattuali: dipendenti i primi, con tutte le tutele, contrattisti i secondi (partite IVA molto dubbie), sottoposti ad una gerarchia e ad orari da rispettare, con contratto a durata annuale (quello attuale scade il 30 settembre prossimo), con un onorario che nell’ultimo bando è stato posto a livelli al di sotto dei minimi ordinistici, senza nessuna tutela (né malattia o ferie pagate, né tutele della gravidanza o di infortuni) e con richieste extracontrattuali (avvenute in quest’ultimo anno).

La situazione sta diventando veramente insostenibile: la disparità di trattamento è diventata troppo accentuata e troppo iniqua per poter essere sopportata, mentre la presenza dei medici esterni è indispensabile per il buon funzionamento e la sopravvivenza stessa di ogni centro medico legale INPS italiano.

Con il carico di lavoro attuale (che in previsione può solo aumentare, non di certo diminuire), potrebbe non essere sufficiente il numero di medici esterni attualmente impiegato o, quantomeno, il monte orario oggi previsto contrattualmente. In alternativa bisognerebbe tornare ad assumere (l’ultimo bando di assunzione risale al 1989 quando, rispetto ad ora, avevamo il triplo dei medici interni per effettuare circa un terzo dell’attività sanitaria).

Se si vuole portare avanti le funzioni del comparto medico INPS con la stessa efficienza e, almeno, con gli stessi risultati, non solo non è pensabile ridurre il numero dei medici ma, come appare evidente già da questa prima analisi di minima, occorre potenziare, nel complesso, il numero dei medici di sede e rendere accettabili le condizioni contrattuali dei medici non dipendenti.

In questo momento, si sta mettendo mano al nuovo contratto dei medici esterni: date la situazione così esposta, non è possibile pensare di rinnovarlo a parità di condizioni così inique (soprattutto rispetto ai colleghi interni di pari attività) ma è indispensabile migliorare fin dal prossimo contratto tutti i parametri presenti attualmente in base alle risorse economiche a disposizione dell’Ente, con l’obiettivo, a medio termine, di arrivare a quei contratti di specialistica ambulatoriale già applicati in tutto il SSN.

 

Medicina Fiscale e attività di sede sono due attività di pari dignità ma fra loro profondamente diverse: richiedono competenze e titoli diversi e devono restare separate a tutela della specificità dei professionisti coinvolti e delle diverse mission sociali e sanitarie delle due funzioni.

 

Federica Ferraroni

 

 

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