La nostra lettera all’ on. Vargiu

G entile Presidente Vargiu

analizzando quanto rappresentato dall’INPS nell’audizione del 26 febbraio 2014, vorremmo sottoporre alla sua attenzione alcuni punti sui quali sussistono legittime perplessità.

1) L’analisi dei dati presenta divere anomalie: per fare qualche esempio, il raffronto dei dati dovrebbe essere effettuato per periodi omogenei che vanno raffrontati con periodi corrispondenti. Andrebbe analizzato l’intervallo maggio-dicembre 2013 con il corrispettivo maggio-dicembre 2012 per avere un confronto esatto tra attivita’ di controllo ridotta (del 90-95%) ed attivita’ in pieno regime. Il periodo gennaio-aprile non puo’ rientrare in questa analisi comparativa.  L’efficienza del sistema, inoltre, non va misurato sui tassi di idoneità, ma su dati direttamente correlati alla spesa: bisogna analizzare qual è l’incremento di giornate di malattia sulle giornate lavorative totali e confrontare il dato con lo stesso periodo 2012, in quanto bisogna considerare il dato legato al numero dei lavoratori, in calo a causa della disoccupazione. Da tale dato emergera’ la vera percentuale di incremento del ricorso all’Istituto della malattia da parte degli assistiti

In sintesi non e’ affatto un buon dato che la spesa nominale sia rimasta invariata in termini nominali a 1,8 miliardi in quanto riferita ad una platea di lavoratori sicuramente inferiore.

2) L’informatizzazione del settore può sicuramente migliorare il servizio, ma il sistema attualmente in uso e’ ancora inefficiente in quanto non è in grado di analizzare e discernere tra le varie patologie. Prova ne sono i molteplici controlli effettuati a  pazienti affetti da patologie neoplastiche spesso terminali o da altre patologie recidivanti o croniche in cui il risultato del controllo non puo’ che essere una conferma della prognosi del curante.

3) L’effetto deterrente puo’ essere misurato solo da un confronto di dati omogenei come riportato al punto 1. Bisogna anche aggiungere che se il lavoratore sa di avere una possibilita’ su 100 di essere sottoposto a controllo avra’ un atteggiamento certamente diverso nei confronti della malattia rispetto a quello che  avrebbe se sapesse di avere una possibilita’ su otto. In definitiva non si puo’ prescindere da una percentuale significativa di controlli per ottenere un valido effetto deterrente: la decisione di controllare domiciliarmente ll 15-20% dei certificati malattia era stata fatta dopo un’analisi statistica per avere un’azione efficace di lotta contro l’assenteismo.

4) L’INPS non fa cenno delle patologie non indennizzabili rilevate dai medici fiscali (medicina estetica, infortuni sul lavoro, infortuni da responsabilità terzi….)e non valuta in modo corretto le sanzioni derivanti dalle assenze non giustificate, risorse recuperate sempre dall’attivita’ dei medici fiscali.

5) L’INPS, con queste decisioni, invece di attenersi ai Decreti Ministeriali (come devono fare gli Enti) si è arrogata poteri  che non le sono propri, sospendendo di fatto un servizio sancito per legge adducendo argomentazioni strettamente di bilancio a breve termine.

6) Infine,  da quanto esposto dall’Ente sembra di arguire che servizio di Medicina Fiscale debba essere  ridimensionato al ribasso se non riscuote la cifra impiegata per il suo funzionamento: cioè in sostanza debba autofinanziarsi con i risparmi diretti  da esso derivanti. Questo equivarrebbe a dire che l’attività della Polizia stradale o dei Carabinieri va chiusa se non si autofinanzia con la riscossione delle multe. Basti considerare, a questo riguardo, che la percentuale di assenteismo è passata dal 20% in epoca pre-Medicina Fiscale al 2% attuale, dopo 25 anni di presenza del servizio sul territorio.

 

Da ultimo, ed è su questo che come redazione stiamo lavorando in questi giorni, resta da capire come le ASL gestiscano la loro parte di servizio di medicina di controllo.

Sappiamo ormai come abbia lavorato il servizio della Medicina Fiscale INPS fino al 29 aprile 2013: 1400 medici fiscali  impiegati in maniera uniforme su tutto il territorio Nazionale  effettuavano visite per  il 15% in media  dei certificati di malattia prescritti dai medici certificatori a fronte di 50 milioni di euro l’anno e visite richieste dal datore di lavoro per un’ulteriore spesa di 20 milioni.

Resta da capire quante visite vengano effettuate dalle ASL , quanti medici siano impegnati in questa attività  e quale percentuale di certificati medici dei lavoratori del pubblico impiego venga valutata a fronte di una spesa di 70 milioni.

Su questi punti apriremo un dibattito sulla rivista online

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L'amministratore della rivista "La Medicina Fiscale"

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