La sentenza “choc” della Consulta

I giudici della Corte d’Assise di Milano, nel corso del processo a Marco Cappato per il caso di DJ Fabo, avevano chiesto il parere della Corte Costituzionale sulla questione della punibilità dell’aiuto al suicidio, alla luce dell’art. 589 del codice penale e della legge n. 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018, sul consenso informato e le DAT. 

La Corte Costituzionale, dopo aver rinviato, nel 2018,  la decisione chiedendo l’intervento chiarificatore del Parlamento, evisto che il richiesto intervento del legislatore non è arrivato, si è dovuta pronunciare.

La Consulta ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del Codice  penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli” .

In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Sistema sanitario nazionale, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente. La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone particolarmente vulnerabili: concetto già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018. Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni equivalenti a quelle indicate.

Nell’attesa della pubblicazione del testo integrale della sentenza, è stato enorme l’impatto nel mondo medico ed immediata la risposta.

Come medici, e prima ancora come cittadini, ci atterremo alla sentenza, così come ci atterremo alla Legge, che auspichiamo arrivi celermente a fare chiarezza, e ai principi del Codice di Deontologia medica, che sono in ogni caso coerenti con quelli costituzionali – dice oggi, a botta calda, Filippo Anelli, Presidente della Federazione Nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, l’indomani della sentenza –  Quello che chiediamo è di poter continuare a fare i medici, così come abbiamo sempre fattoMedici che hanno il dovere di tutelare la vita, la salute fisica e psichica, di alleviare la sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana. Per questo chiediamo al Legislatore che sarà chiamato a normare questa delicatissima materia di sollevarci dal compito finale, affidando l’estremo atto, quello della consegna del farmaco, a un ‘pubblico ufficiale’, a un funzionario individuato per questo ruoloSicuramente noi medici non ci esimeremo da quello che è il nostro, di compito, la vicinanza e il sostegno a chi soffre e alla sua famiglia, sino al confine estremo”.

Il Codice Deontologico, al quale ogni medico deve sottostare (pena sanzioni disciplinari che possono arrivare alla radiazione dall’albo), afferma, al secondo articolo, il dovere di “perseguire la difesa della vita”.