La presentazione dei decreti attuativi della riforma della PA è annunciata per settembre.

E cominciano le prime indiscrezioni sulle 133 pagine “top secret” della bozza dei decreti attuativi.

Quali sembrano essere le intenzioni che hanno animato l’animo del legislatore?

Di certo non quelle punitive nei confronti di un universo di tre milioni e 219 mila persone, che hanno un’età media di 53 anni, che percepiscono in media circa 34 mila euro all’anno e che costano complessivamente 159 mld di euro all’anno.

Perchè, a fronte di una minoranza di furbetti (“del cartellino”, “della malattia”…), la maggior parte dei dipendenti pubblici è composta da persone che lavorano con onestà ed impegno.

Prendiamo, a mo’ di esempio, la medicina fiscale e la sua riforma, necessaria, contenuta all’interno della legge Madia.

Deve venir meno il malcostume di considerare i giorni di malattia come un prolungamento delle ferie o del riposo domenicale, perchè questo abuso di un legittimo diritto incide negativamente (e in maniera significativa) sui conti dello Stato e sulla qualita’ dei servizi: la certezza della visita fiscale nei giorni prefestivi e nei periodi brevi di malattia deve essere vista come una salvaguardia nei confronti della tutela della malattia e dei lavoratori davvero malati. Fino ad oggi, inoltre, i periodi di reperibilità giornaliera durante il periodo di malattia per la visita fiscale sono diversi per il settore pubblico (7 ore) e per quello privato (4 ore): uniformando questo periodo a 6 ore (tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio), come ha ipotizzato il viceministro del MEF Enrico Zanetti alla nostra rivista, con un minimo di penalty per il settore privato si porterebbe equità anche su questo versante. Anche il passaggio in capo ad un unico Ente (l’INPS) con l’istituzione del polo unico della Medicina Fiscale ha l’obiettivo di uniformare il trattamento tra pubblico e privato, di stabilizzare i medici fiscali e di potenziare il servizio di Medicina Fiscale, che deve confermarsi elemento di un sistema che permetta di recuperare risorse.

La riforma attesa non deve essere vista, pertanto, come “punitiva” nei confronti dei dipendenti pubblici, ma piuttosto deve mirare a portare avanti un discorso di “uniformità” di trattamento tra comparto pubblico e privato, cancellando privilegi anacronistici e ingiusti, che danneggiano soprattutto le nuove generazioni, snellendo la macchina burocratica e dando il la ad un settore (quello pubblico) che deve diventare produttivo e fonte di innovazione per il Paese.

In questa chiave di lettura, la riforma del pubblico impiego del governo Renzi può diventare il volano per la rimonta dell’intera economia italiana ed avere i connotati di un cambiamento epocale, indispensabile per il nostro Paese.

Federica Ferraroni

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