Oggi parliamo dell’interessante articolo pubblicato il 12 gennaio 2016 sul Corriere della Sera, “Aziende, la lotta all’assenteismo” di Ezio Riboni che riprende alcune considerazioni di Paolo Citterio, presidente di Gidp (l’associazione dei direttori del personale), e che rappresenta un’importante occasione di riflessione alla luce della richiesta da parte dello stesso mondo aziendale di contrastare il deleterio fenomeno dell’assenteismo.

L’assenteismo è davvero un danno enorme all’economia intera del nostro Paese e gli sforzi di tutti noi, cittadini, lavoratori, medici, legislatori, devono tendere a contenere questa voce pur mantenendo la tutela della malattia, una tutela imprescindibile, segno di civiltà e di attenzione verso i più deboli, fiore all’occhiello di ogni Stato sociale veramente tale. Il punto è, quindi, lotta all’assenteismo per malattia per tutelare chi è davvero malato  e per colpire chi invece si spaccia da malato ma malato non è (o, almeno, non lo è più). Non solo le aziende sono chiamate a combattere questo malcostume ma l’appello è rivolto a tutti, lavoratori, medici, politici, cittadini.

Partiamo dal dato oggettivo contenuto nell’articolo citato: il tasso di assenteismo che oscilla attorno al 5% nel settore privato, arrivando al 12% in quello pubblico.

Il settore privato risulta allineato agli standard europei, quello pubblico è evidentemente out of range.

Da considerare che qualche anno fa, intorno agli anni ’80, il livello di assenteismo del settore privato superava addirittura il 20%, come è stato evidenziato dai lavori della Commissione Parlamentare Affari Sociali che ha condotto un’indagine conoscitiva proprio su questo fenomeno nel marzo 2014.

Perché si è resa necessaria un’indagine conoscitiva parlamentare? Perché è evidente quanto il fenomeno dell’assenteismo, soprattutto nel pubblico impiego, sia una vera e propria piaga sociale.

Come si spiegano questi tre dati che abbiamo appena citato (oggi: 5% nel privato, 12% nel pubblico, più di 20 nel privato negli anni ’80)? La stessa Commissione parlamentare ha analizzato la situazione; l’INPS ha iniziato ad operare con il servizio di medicina fiscale nel settore privato negli anni ’80 e, con un lavoro metodico e capillare, si è arrivati ad ottenere un calo considerevole dell’assenteismo per malattia. I medici fiscali INPS che operano da ormai trent’anni non sono i controllori dell’operato del medico certificatore di malattia ma con oggettività e correttezza esercitano la loro funzione di entità terza (a tutela del lavoratore, del datore di lavoro e dell’ente previdenziale) non solo esplicando una importante funzione di deterrenza ma anche intervenendo direttamente nell’andamento del periodo di malattia in modi diversi che vanno oltre alla pura anticipazione del rientro al lavoro (che pure avviene in una percentuale non trascurabile di casi): parliamo di assenze ingiustificate (che possono essere impugnate dal datore di lavoro stesso, andando ad intervenire direttamente sulle scorrettezze del lavoratore “furbetto”), di malattie professionali, di infortuni sul lavoro, di patologie estetiche che non danno diritto all’indennità di malattia, di patologie da responsabilità terzi…. Fino al 2012, l’INPS ha svolto un lavoro efficace ed efficiente, mettendo in campo e investendo risorse che hanno dato i loro frutti: un controllo medico fiscale sul 15-20% dei certificati di malattia pervenuti, 1300 medici fiscali impiegati ogni giorno capillarmente su tutto il territorio nazionale, un investimento 50 milioni all’anno che ha sempre fruttato all’INPS un segno positivo a fine anno a questa voce obbligatoria di bilancio (oltre al ritorno indiretto ascrivibile alla riduzione della percentuale di assenteismo). Attualmente, la chiusura anticipata della prognosi si assesta davvero a livelli bassissimi per le visite fiscali nel settore pubblico e, invece, intorno al 30%, considerando tutte le voci, per quelle nel settore privato.

E nel settore pubblico, invece, cosa è successo? I dipendenti, pubblici e privati, almeno finora, hanno avuto due trattamenti difformi in diversi campi, come in quello della medicina fiscale: le visite fiscali nel settore pubblico sono in capo alle Regioni che hanno adottato un sistema che ha dato risultati meno incoraggianti, non hanno applicato completamente le leggi vigenti in materia, hanno usufruito di fondi consistenti destinati alla medicina fiscale non svolgendo però le visite fiscali con evidente spreco di risorse pubbliche, non contrastando efficacemente, alla fine della fiera, l’attuale indiscusso ed evidente malcostume.

La XII Commissione Parlamentare ha concluso i lavori di indagine conoscitiva indicando al governo la rotta da seguire e il governo Renzi ha iniziato a mettere in pratica queste direttive con la norma contenuta nel pacchetto della riforma della pubblica amministrazione, varato nell’agosto 2015.

Il Ministero della Funzione Pubblica con il Ministro Madia sta lavorando alacremente in queste ore ai decreti attuativi, tra i quali ci saranno anche quelli attinenti alla riforma dell’intera medicina fiscale, che dovrà, quindi, rivedere tutto il sistema. Un primo obiettivo è uniformare il trattamento tra dipendenti pubblici e quelli privati anche in questo ambito, per arrivare ad avere una riduzione del tasso di assenteismo del settore pubblico almeno pari a quello attuale del privato e far sì che quello del privato non torni ad aumentare. Il 2016 è appena iniziato e la riforma del settore è sempre più urgente.

La tanto attesa riforma della Medicina Fiscale dovrà puntare ad avere un servizio efficiente ed efficace su entrambi i settori, uniformandoli a partire dal numero di ore di reperibilità del lavoratore a casa per malattia (oggi sono 4 ore per il dipendente privato e 7 per quello pubblico). La Medicina Fiscale deve essere messa in grado di svolgere un servizio efficace ed efficiente con un numero congruo di visite, applicando finalmente in toto la legge Brunetta. La riforma della Medicina Fiscale può portare ad un immediato, contenuto risparmio della spesa per gli indispensabili controlli dei lavoratori assenti per malattia per arrivare ad un risparmio ben maggiore nel medio termine, una volta che si sarà ottenuto un calo di quel 12% nel settore pubblico e una conferma, o ulteriore riduzione, di quel 5% nel settore privato. Senza parlare di tutti i risvolti connessi ad un corretto impiego del diritto alla tutela della malattia senza che nessuno se ne approfitti e con un miglioramento della qualità del lavoro e della vita.

Stiamo parlando di spesa per la malattia nel settore pubblico che è attualmente fuori controllo ma anche di spesa per malattia nel settore privato che non deve aumentare: le visite fiscali vanno eseguite con metodicità ed efficacia in entrambi i settori e, se faremo questo, i vantaggi per tutti (lavoratori e non) saranno evidenti.

Federica Ferraroni

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