No ai contratti a termine nelle Pubbliche Amministrazioni

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata

nettamente contro il precariato nelle pubbliche

amministrazioni.

La sentenza  costituisce un precedente che aprirà la strada a una selva di ricorsi. Oltre alla scuola, su cui nello specifico si è pronunciata ieri 26 novembre la Corte di Strasburgo, sono tante le situazioni di precariato nella Pubblica amministrazione in Italia che saranno interessate da questa sentenza. Tra esse, anche la situazione dei medici delle Commissioni di Invalidità Civile attive presso l’Inps.

26 NOV – La sentenza della Corte di giustizia europea sul precariato pubblico rispondeva a una domanda precisa:

Oggetto

Domanda di pronuncia pregiudiziale – Corte costituzionale – Interpretazione della clausola 5, sub 1, della direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato (GU L 175, pag. 43) – Normativa nazionale che consente, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale docente di ruolo, che si faccia ricorso a contratti a tempo determinato senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi, senza prevedere la durata massima dei contratti né il numero massimo di rinnovi possibili, e senza prevedere un diritto al risarcimento del danno derivante dalla mancata stipula di un contratto a tempo indeterminato

La Corte di giustizia afferma a chiare lettere  la totale incompatibilità della normativa italiana in tema di contratti a termine nella P.a. con la direttiva 70/1999 dell’Unione europea, a proposito di contratti a termine nella Pubblica amministrazione.
Al punto 72 della sentenza secondo la Corte “occorre ricordare che la clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro mira ad attuare uno degli obiettivi perseguiti dallo stesso, vale a dire limitare il ricorso a una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato, considerato come una potenziale fonte di abuso in danno dei lavoratori, prevedendo un certo numero di disposizioni di tutela minima tese ad evitare la precarizzazione della situazione dei lavoratori dipendenti (v., in particolare, sentenze Adeneler e a., C 212/04, EU:C:2006:443, punto 63; Kücük, C 586/10, EU:C:2012:39, punto 25, nonché Fiamingo e a., EU:C:2014:2044, punto 54)”; al punto 73 la Corte afferma che “come risulta dal secondo comma del preambolo dell’accordo quadro, così come dai punti 6 e 8 delle considerazioni generali di detto accordo quadro, infatti, il beneficio della stabilità dell’impiego è inteso come un elemento portante della tutela dei lavoratori, mentre soltanto in alcune circostanze i contratti di lavoro a tempo determinato sono atti a rispondere alle esigenze sia dei datori di lavoro sia dei lavoratori (sentenze Adeneler e a., EU:C:2006:443, punto 62, nonché Fiamingo e a., EU:C:2014:2044, punto 55)”.

La Corte specifica quali siano le ragioni obiettive, ciò quelle in grado di derogare all’accordo quadro e rendere giustificata la stipula di contratti a termine, ribadendo il concetto che queste devono essere reali e non ipotetiche. Per questo la Corte stabilisce che “di conseguenza, contrariamente a quanto sostiene il governo italiano, il solo fatto che la normativa nazionale di cui trattasi nei procedimenti principali possa essere giustificata da una «ragione obiettiva» ai sensi di tale disposizione non può essere sufficiente a renderla ad essa conforme, se risulta che l’applicazione concreta di detta normativa conduce, nei fatti, a un ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato”, al punto 108  la Corte sottolinea che “ una normativa nazionale, quale quella di cui ai procedimenti principali, sebbene limiti formalmente il ricorso ai contratti di lavoro a tempo determinato per provvedere a supplenze annuali per posti vacanti e disponibili nelle scuole statali solo per un periodo temporaneo fino all’espletamento delle procedure concorsuali, non consente di garantire che l’applicazione concreta di tale ragione obiettiva, in considerazione delle particolarità dell’attività di cui trattasi e delle condizioni del suo esercizio, sia conforme ai requisiti dell’accordo quadro”. 

Un duro colpo per l’Italia, che dovrà procedere correttamente alla stabilizzazione del personale precario della scuola, della sanità, dei ministeri altrimenti saranno i Tribunali  a intervenire con le loro sentenze. Lo stato italiano è dunque messo sotto accusa e non può  fare  ricorso  a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato” come ricorda la Corte, nonostante la situazione di crisi economica in cui versa l’Italia da tempo. Pratiche di questo genere vanno contro la normativa europea e l’accordo quadro stipulato dal nostro paese. Si tratta quindi di una totale censura delle politiche fin qui seguite dallo Stato italiano.

La Corte conclude statuendo che si deve rispondere ai giudici del rinvio dichiarando che la clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo. Risulta, infatti, che tale normativa, fatte salve le necessarie verifiche da parte dei giudici del rinvio, da un lato, non consente di definire criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo di tali contratti risponda effettivamente ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine, e, dall’altro, non prevede nessun’altra misura diretta a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato.

Appare chiaro dalla sentenza della Corte di giustizia il fallimento della legislazione italiana in tema di contratti a termine e misure in grado di prevenire e sanzionare l’utilizzo abusivo dei contratti a termine.

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