Quali risorse per il polo unico?

La spesa per l’assenteismo nel settore pubblico è in continuo aumento e questa non è una novità.

Facciamo un rapido riassunto.

Nel 2008 l’allora ministro della funzione pubblica Renato Brunetta aveva introdotto nuove norme: aveva stabilito la perdita di ogni componente accessoria del salario (in media, il 20% della retribuzione) per i primi 10 giorni di assenza continuativa per malattia (norma ancora in vigore) e aveva poi ampliato le fasce di reperibilità facendole passare da 4 ad 11. Dopo il primo anno di applicazione della legge Brunetta, l’assenteismo era diminuito del 38%, secondo uno studio pubblicato da Maria Laura Parisi e Alessandra Del Boca su lavoce.info. Poi però lo stesso ministro Brunetta aveva riportato la reperibilità a 4 ore. Già nel settembre 2009 il trend era tornato a crescere e le assenze per malattia erano aumentate in un colpo solo del 24,2%. Il Ministero era corso subito ai ripari aumentando la reperibilità a 7 ore, come sono anche adesso. Poi, quando si è visto che le Regioni non facevano le visite fiscali come avrebbero dovuto, il numero di certificati medici di malattia, soprattutto quelli di breve durata e soprattutto quelli a cavallo delle festività, è rimasto a livelli incredibilmente alti, con troppa differenza con gli omologhi dipendenti privati, come ha evidenziato il ricercatore della Banca d’Italia Francesco D’Amuri su lavoce.info. Il fenomeno è, quindi, riesploso nel 2012, tornando ai livelli di prima, come è stato dimostrato dai dati INPS, l’ente che dal marzo 2011 riceve per via telematica i certificati medici di malattia.

Il Ministro Madia si è reso ben presto conto della gravità dell’andamento del fenomeno e fin dai primi mesi del suo arrivo, nel marzo 2014, ha iniziato subito a lavorare con il suo staff per intervenire e correggere questo trend.

Visto che il costo del lavoro nella PA nel 2013 è ammontato a circa 156 miliardi, la spesa per ciascuno dei 3.336.494 è, quindi, di 46.755 euro all’anno e di 128 ero lordi al giorno (di 166,98 euro lordi se si considerano le 280 giornate di lavoro effettive). Moltiplicando per i 67 milioni di giorni bruciati nel 2013 per malattia, permessi, aspettative e congedi si arriva ad una spesa di 11 miliardi e 189 milioni. E la spesa per malattia per i dipendenti pubblici, come è stato evidenziato dal recente report del centro studi FIMMG, è continuata ad aumentare anche nel 2014.

Il punto chiave è che la legge Brunetta, laddove le risorse siano state effettivamente impegnate per la medicina fiscale (come a Potenza, Ancona, Campobasso, parlando di capoluoghi di regione), funziona: servono non solo le 7 ore di reperibilità di malattia (se vengono ridotte a 4, come è stato tentato, i certificati di malattia aumentano all’istante), ma bisogna anche dare la certezza del controllo medico.

I vari Ministeri, oggi, affidano alle ASL il servizio di controllo per malattia ai propri dipendenti e, nonostante siano spesi 55 milioni all’anno (adesso le regioni a statuto speciale fanno capo a sé: nel 2010, quando la cifra era stanziata direttamente a tutte le Regioni i milioni stanziati complessivamente erano 70), si stima che vengano eseguite una percentuale intorno al 20% delle visite che andrebbero invece fatte nel settore pubblico, se venisse applicata la legge Brunetta. Visto che le ASL non riescono a svolgere efficacemente questo servizio, il Ministro Madia ha inserito nella riforma della PA anche quella della medicina fiscale: la Medicina Fiscale del settore pubblico passerà, con la nascita del polo unico, dalle regioni all’INPS con i suoi medici fiscali di lista che, per legge, hanno la priorità a svolgere questo servizio e con la sua struttura tecnico-informatica. I medici fiscali INPS riescono già adesso a garantire l’effettuazione della visita medica praticamente in tempo reale a partire dal momento della richiesta che può provenire sia dall’ente che dal datore di lavoro, festivi e prefestivi compresi (anche ad uffici chiusi, quindi). I 55 milioni annui a bilancio nelle amministrazioni pubbliche nel triennio 2015-2017 (escluse le regioni a statuto speciale) sarebbero appena sufficienti per effettuare le visite nel settore pubblico: la nota dolente è e resta l’INPS che nel maggio 2013 ha applicato improvvisamente, da un giorno all’altro, un taglio improvviso e ingiustificato (visto che la voce in bilancio era in attivo) sul budget relativo alle visite fiscali, dimezzandolo da 70 milioni di Euro a 36 (12 per le visite d’ufficio e 24 per quelle datoriali, autofinanziate e rimaste sostanzialmente stabili nonostante la crisi economica), per poi reinnalzarlo a 42, avendo aumentato da 12 a 18 il budget per le visite d’ufficio.

Curioso è il dato che siano rimaste stabili le richieste di visita fiscale da parte del datore di lavoro che, evidentemente, nonostante la morsa della crisi economica, trova risposta alle proprie aspettative nel servizio di Medicina Fiscale, mentre sono in calo, e largamente insufficienti, quelle d’ufficio per motivi diversi, di cui abbiamo già parlato in precedenza.

Dall’altra parte, il non effettuare il numero di visite fiscali ai dipendenti pubblici è una violazione della legge in vigore.

Per poter rispettare il dettato di legge e effettuare il numero minimo di visite sufficiente a garantire risultati significativi nella lotta contro l’assenteismo (nel pubblico e nel privato) occorrono le risorse congrue che derivano dagli attuali 55 milioni già stanziati alle varie amministrazioni pubbliche per il settore pubblico sommati al budget per il settore privato, che l’INPS dovrebbe riportare il più possibile vicino a quei 70 milioni del 2012.

Federica Ferraroni

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