Se questo è il tempo del fare….

Il Ministero della Funzione Pubblica è impegnato nelle fasi finali della stesura dei decreti attuativi della legge delega sulla pubblica amministrazione e, tra questi, anche di quella riguardante la riforma della medicina fiscale sui dipendenti pubblici.

Questa riforma è stata pensata dall’attuale governo per una duplice funzione: ridurre l’assenteismo tra i dipendenti pubblici (le assenze per malattia nel settore pubblico sono incredibilmente maggiori rispetto a quelli del settore privato), uniformando il trattamento fra dipendenti pubblici e privati,  e stabilizzare un corpo di medici, fidelizzati da circa 30 anni all’INPS e praticamente senza lavoro da quasi tre anni.

Il punto cruciale di cui si sta dibattendo in questi ultimi giorni sono le risorse da destinare a questa riforma: oltre ai circa 40 milioni annui che l’INPS mette attualmente a bilancio per il settore privato (18 stanziati dall’ente per le visite d’ufficio e 24 dalle imprese per le visite richieste da loro) bisogna definire la cifra stanziata dal MEF per il settore privato. Per inciso, bisogna ricordare che la cifra stanziata dall’INPS per le visite d’ufficio è stata di 50 milioni fino al 2012, che c’è stata una contrazione a causa della spending review, che questa riduzione ha comportato un calo nei controlli e una serie di problemi oggettivi a carico del sistema informatico che, impiegato per un volume di lavoro nettamente inferiore a quello per il quale è stato pensato, rischia l’implosione.  Se la situazione dovesse perdurare, si rischierebbe di compromettere tutto il lavoro svolto egregiamente dalla medicina fiscale INPS, che in più di 25 anni di attività ha consentito di ridurre il tasso di assenteismo da un iniziale 20% all’attuale 2% come si desume dai dati dell’indagine conoscitiva della XII Commissione Parlamentare del marzo 2014 presieduta dall’on. Pier Paolo Vargiu.

Il dilemma è: confermare i fondi attualmente stanziati (come abbiamo pubblicato la settimana scorsa, sono messi a bilancio per il triennio 2015-2017 circa 55 milioni di euro all’anno per il comparto pubblico che hanno già subito una contrattura visto che fino al 2014 erano 70) o quelli effettivamente spesi dalle Regioni (da un calcolo non semplice da fare e in gran parte presuntivo circa 17 milioni di euro)?

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Sappiamo bene che in questo momento le Regioni non stanno assolvendo al loro compito di eseguire le visite fiscali sul comparto pubblico, neppure nella misura minima stabilita dalla legge Brunetta 165/2011, che impone di verificare tutti  i certificati emessi a cavallo dei festivi. Dati alla mano di tratta di non meno di un milione e mezzo di certificati, mentre il monte visite effettuato dalle regioni non arriva a 300.000-400.00 visite/anno. Confermare la stessa cifra attualmente spesa significherebbe, quindi, sancire un disservizio e continuare ad avere un numero insufficiente di visite fiscali, a non garantire l’accertamento medico legale nel settore pubblico richiesto dalla normativa vigente, e, in definitiva, a mantenere lo status quo (cosa che, del resto, vorrebbero in tanti, come è facile intuire), con l’attuale tasso di assenteismo connesso. Destinare questa cifra significherebbe anche non stabilizzare i medici fiscali, visto che i contratti applicati a tutti gli altri medici nel SSN, con le tutele sacrosante per ogni lavoratore (malattia, infortuni, contributi previdenziali…), hanno costi superiori: con questa cifra si arriverebbe ad un contratto ex novo che ancora una volta mortificherebbe questi professionisti.

Neppure pare risolutiva l’ipotesi di mettere una franchigia sui primi  tre giorni di malattia nel settore pubblico. Nel settore privato, i primi tre giorni di malattia sono pagati dal datore di lavoro e solo dal quarto giorno la malattia viene pagata dall’INPS. E comunque anche i primi tre giorni vengono pagati, e giustamente visto che siamo in uno stato di diritto. Non pagare i primi giorni di malattia nel settore pubblico (come è stato in passato proposto da alcuni giuslavoristi insigni) oltre a ledere i diritti di ogni lavoratore pubblico (anche e soprattutto di quello che è veramente malato), non porterebbe ad alcun risultato utile sia in termini di assenteismo, sia in termini di risparmio di spesa visto che si assisterebbe a quello che già succede nel comparto privato: un aumento dei giorni di malattia di più di tre giorni (attualmente si ha una differenza di andamento anche di questa variabile nei due comparti: nel settore pubblico sono numericamente maggiori le assenza per malattia “brevi”, mentre in quello privato quelle superiori a tre giorni).

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Il discorso, adesso, diventa prettamente politico: bisogna decidere come attuare la riforma annunciata nel miglior modo possibile con le risorse disponibili e senza aggravio di spesa.

Il governo Renzi ha il merito di aver messo mano ad una riforma “scomoda” ma necessaria e lamedicinafiscale.it non può non prendere atto della volontà di fare bene da parte sia del Ministero della Funzione Pubblica con il Ministro Madia e il suo staff che del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in particolare nella persona del viceministro Enrico Zanetti che sta seguendo da tempo e con professionalità la vicenda legata alla riforma della Medicina Fiscale.

Federica Ferraroni

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