L’Autocertificazione dello stato di Malattia

 
 
 
Riportiamo la relazione dell’onorevole Amedeo Bianco tenutasi al convegno di Piacenza nel novembre 2013

 

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1- LA CERTIFICAZIONE DELLO STATO DI MALATTIA DEL DIPENDENTE PUBBLICO E PRIVATO

Lectio Magistralis del Presidente Bianco

 

IL PERIMETRO DEONTOLOGICO-GIURIDICO

 

CODICE DEONTOLOGICO

Art. 24 – Certificazione –

Il medico è tenuto a rilasciare al cittadino certificazioni relative al suo stato di salute che attestino dati clinici direttamente constatati e/o oggettivamente documentati. Egli è tenuto alla massima diligenza, alla più attenta e corretta registrazione dei dati e alla formulazione di giudizi obiettivi e scientificamente corretti.

IL QUADRO LEGISLATIVO

In materia di sospensione del rapporto di lavoro per malattia l’art. 25 della L. 183/10 ha uniformato il regime legale del rilascio e della trasmissione delle certificazioni per il caso di assenza per malattia per i dipendenti pubblici e per quelli privati, ivi compresi gli aspetti sanzionatori.

Art. 25 L. 183/10 Certificati di malattia .

In vigore dal 24 novembre 2010

1. Al fine di assicurare un quadro completo delle assenze per malattia nei settori pubblico e privato, nonché un efficace sistema di controllo delle stesse, a decorrere dal 1° gennaio 2010, in tutti i casi di assenza per malattia dei dipendenti di datori di lavoro privati, per il rilascio e la trasmissione della attestazione di malattia si applicano le disposizioni di cui all’ articolo 55-septies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Articolo 55-septies D.Lgs. 165/2001 e s.m.i – Controlli sulle assenze

In vigore dal 19 dicembre 2012

1. Nell’ipotesi di assenza per malattia protratta per un periodo superiore a dieci giorni, e, in ogni caso, dopo il secondo evento di malattia nell’anno solare l’assenza viene giustificata esclusivamente mediante certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale.

2. In tutti i casi di assenza per malattia la certificazione medica è inviata per via telematica, direttamente dal medico o dalla struttura sanitaria che la rilascia, all’Istituto nazionale della previdenza sociale, secondo le modalità stabilite per la trasmissione telematica dei certificati medici nel settore privato dalla normativa vigente, e in particolare dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri previsto dall’articolo 50, comma 5-bis, del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, introdotto dall’articolo 1, comma 810, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e dal predetto Istituto è immediatamente inoltrata, con le medesime modalità, all’amministrazione interessata. Il medico o la struttura sanitaria invia telematicamente la medesima certificazione all’indirizzo di posta elettronica personale del lavoratore qualora il medesimo ne faccia espressa richiesta fornendo un valido indirizzo.

3. L’Istituto nazionale della previdenza sociale, gli enti del servizio sanitario nazionale e le altre amministrazioni interessate svolgono le attività di cui al comma 2 con le risorse finanziarie, strumentali e umane disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

4. L’inosservanza degli obblighi di trasmissione per via telematica della certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta l’applicazione della sanzione del licenziamento ovvero, per i medici in rapporto convenzionale con le aziende sanitarie locali, della decadenza dalla convenzione, in modo inderogabile dai contratti o accordi collettivi. Affinché si configuri l’ipotesi di illecito disciplinare devono ricorrere sia l’elemento oggettivo dell’inosservanza all’obbligo di trasmissione, sia l’elemento soggettivo del dolo o della colpa. Le sanzioni sono applicate secondo criteri di gradualità e proporzionalità, secondo le previsioni degli accordi e dei contratti collettivi di riferimento.

5. Le pubbliche amministrazioni dispongono per il controllo sulle assenze per malattia dei dipendenti valutando la condotta complessiva del dipendente e gli oneri connessi all’effettuazione della visita, tenendo conto dell’esigenza di contrastare e prevenire l’assenteismo. Il controllo è in ogni caso richiesto sin dal primo giorno quando l’assenza si verifica nelle giornate precedenti o successive a quelle non lavorative.

5-bis. Le fasce orarie di reperibilità entro le quali devono essere effettuate le visite di controllo e il regime delle esenzioni dalla reperibilità sono stabiliti con decreto del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Qualora il dipendente debba allontanarsi dall’indirizzo comunicato durante le fasce di reperibilità per effettuare visite mediche, prestazioni o accertamenti specialistici o per altri giustificati motivi, che devono essere, a richiesta, documentati, è tenuto a darne preventiva comunicazione all’amministrazione.

5-ter. Nel caso in cui l’assenza per malattia abbia luogo per l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici l’assenza è giustificata mediante la presentazione di attestazione rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione.

6. Il responsabile della struttura in cui il dipendente lavora nonché il dirigente eventualmente preposto all’amministrazione generale del personale, secondo le rispettive competenze, curano l’osservanza delle disposizioni del presente articolo, in particolare al fine di prevenire o contrastare, nell’interesse della funzionalità dell’ufficio, le condotte assenteistiche. Si applicano, al riguardo, le disposizioni degli articoli 21 e 55-sexies, comma 3.


 

Articolo 55-quinquies D.Lgs. 165/01 e s.m.i. False attestazioni o certificazioni

 In vigore dal 15 novembre 2009

1. Fermo quanto previsto dal codice penale, il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustifica l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600. La medesima pena si applica al medico e a chiunque altro concorre nella commissione del delitto.

2. Nei casi di cui al comma 1, il lavoratore, ferme la responsabilità penale e disciplinare e le relative sanzioni, è obbligato a risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione, nonché il danno all’immagine subiti dall’amministrazione.

3. La sentenza definitiva di condanna o di applicazione della pena per il delitto di cui al comma 1 comporta, per il medico, la sanzione disciplinare della radiazione dall’albo ed altresì, se dipendente di una struttura sanitaria pubblica o se convenzionato con il servizio sanitario nazionale, il licenziamento per giusta causa o la decadenza dalla convenzione. Le medesime sanzioni disciplinari si applicano se il medico, in relazione all’assenza dal servizio, rilascia certificazioni che attestano dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente documentati.

LA CIRCOLARE N. 5 DEL 28 APRILE 2010 DELLA FUNZIONE PUBBLICA

Articolo 55-quinquies del decreto legislativo n. 165 del 2001 (introdotto dal decreto legislativo n. 150 del 2009) – Assenze dal servizio dei pubblici dipendenti – responsabilità e sanzioni per i medici (G.U. n. 144 del 23 giugno 2010).

La Circolare n. 5 chiarisce la portata applicativa dell’art. 55-quinquies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, introdotto dall’art. 69 del decreto legislativo n. 150 del 2009, soprattutto nella parte in cui viene disciplinata la responsabilità del medico in caso di illecito commesso in occasione del rilascio di certificati per la giustificazione dell’assenza dal servizio dei pubblici dipendenti.

L’art. 55-quinquies in esame introduce delle fattispecie di illecito che hanno come soggetto attivo il medico. In base alla nuova norma, il medico é penalmente responsabile se concorre nel reato del dipendente pubblico di giustificare “l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia”.

Con riferimento specifico all’ultimo periodo del comma 3 dell’art. 55-quinques del D.Lgs. 165/01 si rileva che, anche in assenza di reato, la previsione di sanzioni disciplinari è intesa ad evitare che siano rilasciati certificati o attestati di malattia senza aver valutato le condizioni del paziente nel corso di una visita e che siano formulate diagnosi e prognosi non coerenti con la buona pratica clinica. Quindi, l’applicazione della disposizione deve tener conto delle regole proprie della pratica medica, che consentono di formulare diagnosi e prognosi anche per presunzione sulla base di dati riscontrati o semplicemente acquisiti durante la visita. Nell’applicazione della norma, pertanto, é rilevante la circostanza che i dati clinici siano stati o meno desunti da visita. In sostanza, in base a questa norma, la responsabilità del medico, con l’applicabilità delle sanzioni indicate, ricorrerà quando lo stesso rilascia attestati o certificati attestanti dati clinici non desunti da visita in coerenza con la buona pratica medica. Per gli aspetti penali, rimane comunque ferma la disciplina generale di cui agli articoli 476 ss. del c.p. sulla falsità in atti. ( art. 476 c.p. Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici – Il pubblico ufficiale [c.p. 357], che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni).

La suddetta Circolare evidenzia che gli illeciti sanzionati di cui all’art. 55-quinquies del D.Lgs. 165/01 sono riconducibili a due situazioni:

a) il fatto corrisponde al concorso nel reato del pubblico dipendente descritto nel comma 1 (“attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente, ovvero giustifica l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia”);

b) il fatto si verifica quando “il medico, in relazione all’assenza dal servizio, rilascia certificazioni che attestano dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente documentati”.

In entrambi i casi, soggetti attivi della condotta sono i medici pubblici dipendenti o professionisti convenzionati con il S.S.N. o liberi professionisti.

Per entrambe le situazioni sono previste le medesime sanzioni, che consistono nella radiazione dall’albo, nel licenziamento per giusta causa o nella decadenza dalla convenzione. La loro applicazione é naturalmente differenziata a seconda del soggetto attivo della condotta: la radiazione dall’albo può riguardare tutti i medici iscritti, a prescindere dalla circostanza che essi abbiano un rapporto di lavoro pubblico o convenzionato o siano liberi professionisti, la decadenza dalla convenzione può essere applicata solo nei confronti dei medici convenzionati, mentre la sanzione del licenziamento per giusta causa può essere irrogata nei confronti dei medici pubblici dipendenti.

LA CIRCOLARE N. 1 DEL 23 FEBBRAIO 2011 DELLA FUNZIONE PUBBLICA

La Circolare n. 1 recante “art. 55-septies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, introdotto dall’art. 69 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 – trasmissione per via telematica dei certificati di malattia. Ulteriori indicazioni”

evidenzia gli aspetti relativi alla responsabilità dei medici in caso di violazione della normativa in materia di trasmissione telematica dei certificati. Si ribadisce che affinché si possa configurare un’ipotesi di illecito disciplinare debba ricorrere sia l’elemento oggettivo dell’inosservanza dell’obbligo di trasmissione per via telematica sia l’elemento soggettivo del dolo o della colpa che risulta escluso “nei casi di malfunzionamento del sistema generale, guasti o malfunzionamenti del sistema utilizzato dal medico”. La circolare inoltre con riferimento alla applicazione delle sanzioni richiama i “criteri di gradualità e proporzionalità secondo le previsioni degli accordi e contratti collettivi di riferimento”, da applicare “anche nei casi di reiterazione della condotta illecita, per i quali l’art. 55 septies, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 prevede la sanzione del licenziamento per il dipendente pubblico e della decadenza dalla convenzione per il medico convenzionato”. In proposito si rammenta che la reiterazione è da intendersi come recidiva ovvero irrogazione di successive sanzioni a carico di un soggetto già sanzionato per la violazione dell’obbligo di trasmissione telematica dei certificati. La Circolare in proposito evidenzia che “i contratti collettivi di riferimento prevedono delle clausole di salvaguardia nei confronti dell’incolpato, secondo le quali, decorso un certo periodo di tempo, non può tenersi conto ai fini di altro procedimento disciplinare delle sanzioni già irrogate”.

Categorie di lavoratori esonerati dall’invio telematico della certificazione di malattia:

Ai sensi dell’articolo 3 del D.Lgs. 30 marzo 2001 n. 165, i dipendenti della Pubblica Amministrazione, in regime di diritto pubblico disciplinati da propri ordinamenti, attualmente esonerati dall’invio telematico della certificazione di malattia appartengono alle seguenti categorie:

– Magistrati ordinari, amministrativi e contabili;
– Avvocati e procuratori dello Stato;
– Professori universitari e ricercatori universitari;
– Personale della carriera diplomatica;
– Personale della carriera prefettizia;
– Personale del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio (CICR);

– Personale della Commissione nazionale per le società e la borsa (CONSOB);

– Personale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato;

– Personale militare;
– Forze di polizia di Stato;
– Personale della carriera dirigenziale e direttiva penitenziaria;
– Personale, anche di livello dirigenziale, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, esclusi il personale volontario e il personale volontario di leva.

 

CERTIFICATI DI MALATTIA ONLINE: IL MEDICO.

Si precisa che il regime di trasmissione telematica dei certificati riguarda i medici dipendenti del servizio sanitario nazionale, i medici convenzionati con il servizio (di medicina generale, specialisti e pediatri di libera scelta), nonché i medici liberi professionisti.
La violazione dell’obbligo di trasmissione telematica è sanzionata dalla legge e dagli accordi collettivi per i medici dipendenti del servizio sanitario nazionale e i medici che lavorano in convenzione. Il mancato utilizzo della modalità telematica non è invece specificatamente sanzionato per i medici liberi professionisti.

La procedura per l’invio online dei certificati di malattia riguarda tutti i lavoratori dipendenti, sia privati che pubblici, con esclusione dei dipendenti del settore pubblico disciplinati dai propri ordinamenti. Entro 24 ore dalla visita, il medico trasmette il certificato di malattia online attraverso un’apposita pagina web messa a disposizione dal sistema centrale ( www.sistemats.it) ovvero con il proprio software gestionale. Eventuali rettifiche o annullamenti di certificati già inviati possono essere effettuati online entro le 24 ore successive alla trasmissione.

A ogni certificato inviato online viene assegnato un numero di protocollo, che il medico comunica al lavoratore.

Il medico può inoltre inviare al lavoratore via email copia della certificazione che lo riguarda, sia attraverso il sistema centrale, sia con il proprio software gestionale (ove ciò sia previsto).

IL CONTRATTO DEI MEDICI DIPENDENTI – CCNL DELL’AREA DELLA DIRIGENZA MEDICO-VETERINARIA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE – CONTRATTO INTEGRATIVO DEL CCNL DEL 17 OTTOBRE 2008.

Art. 6 Obblighi del dirigente: Comma 3 Punto l)

rispettare le leggi vigenti in materia di attestazione di malattia e di certificazione per l’assenza per malattia.

Art. 8 Codice disciplinare Comma 6:

 La sospensione dal servizio con privazione della retribuzione fino ad un massimo di 3 mesi, con la mancata attribuzione della retribuzione di risultato per un importo pari a quello spettante per il doppio del periodo di durata della sospensione, si applica nei casi previsti dall’art. 55 sexies, comma 3 e dall’art. 55 septies, comma 6 del d.lgs. 165/2001.

Articolo 8 Comma 8 j):

 inosservanza degli obblighi, a lui ascrivibili in merito alla certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia;

Comma 11:

Ferma la disciplina in tema di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, la sanzione disciplinare del licenziamento si applica: 1. con preavviso, per i) le ipotesi considerate dall’art. 55 quater, comma 1, lett. b) e c) del D.lgs. 165/2001 e 55 septies, comma 4 (ART. 55 septies, comma 4, del D.Lgs. 165/01 –

 

“L’inosservanza degli obblighi di trasmissione per via telematica della certificazione medica concernente assenze di lavoratori per malattia di cui al comma 2 costituisce illecito disciplinare e, in caso di reiterazione, comporta l’applicazione della sanzione del licenziamento ovvero, per i medici in rapporto convenzionale con le aziende sanitarie locali, della decadenza dalla convenzione, in modo inderogabile dai contratti o accordi collettivi. Affinché si configuri l’ipotesi di illecito disciplinare devono ricorrere sia l’elemento oggettivo dell’inosservanza all’obbligo di trasmissione, sia l’elemento soggettivo del dolo o della colpa. Le sanzioni sono applicate secondo criteri di gradualità e proporzionalità, secondo le previsioni degli accordi e dei contratti collettivi di riferimento”.

LA NATURA GIURIDICA DELLA CERTIFICAZIONE

Appare chiaro che ai fini della certificazione per assenza per malattia dei dipendenti pubblici e privati il legislatore abbia inteso attribuire alle strutture sanitarie pubbliche o ai medici di medicina generale convenzionati con il SSN tale competenza considerato che le certificazioni rilasciate dalle stesse hanno un valore probatorio superiore, quali certificati di fede privilegiata.

Nella fattispecie, infatti, si sottolinea che la natura giuridica e probatoria delle certificazioni rilasciate dai medici operanti in strutture sanitarie pubbliche è diversa da quella rilasciata dal medico che svolge una attività libero-professionale.

Le prime sono documenti di fede privilegiata in quanto redatte da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’espletamento delle sue funzioni, mentre sono solo documenti di rilevanza pubblica quelle redatte dai medici liberi professionisti, cioè qualcosa di più di una scrittura privata per la particolare figura di chi le redige.

Pertanto la valenza probatoria dei certificati emessi dal medico libero professionista è quella propria dei certificati e delle attestazioni amministrative che non sono mai dotati di fede privilegiata.

Inoltre quando il certificato è un atto pubblico, in quanto redatto da un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, le pene in caso di falsità sono più elevate.

In particolare le responsabilità penali poste a carico dal medico libero professionista sono disciplinate dagli artt. 481 c.p. (falsità ideologica commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità) e 485 c.p. (falsità in scrittura privata). Il medico convenzionato con il SSN risponde invece penalmente ai sensi dell’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), dell’art. 477 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in certificati o autorizzazioni amministrative) e degli artt. 479 c.p e 480 c.p. (falso ideologico).

Si rileva infine che il medico di strutture sanitarie pubbliche si qualifica agli effetti della legge penale quale pubblico ufficiale (art. 357 c.p.) e persona incaricata di un pubblico servizio (art. 358 c.p.), mentre il medico che svolge attività libero-professionale è persona esercente un servizio di pubblica necessità (art. 359 c.p.).

MF

 

2- A ciascuno la propria parte di responsabilità

Augusto Pagani, Presidente OMCeO Piacenza

La gravità della situazione economica e la conseguente necessità di cambiare il nostro attuale tenore di vita credo siano da tutti riconosciute.

La necessità di provvedere, con urgenza, ad una semplificazione delle pratiche amministrative pubbliche e private credo sia ugualmente riconosciuta come una priorità assoluta e necessaria per consentire a tutti noi di risparmiare tempo e denaro.

Si parla di  deburocratizzazione  da molti anni, ma non si è fatto abbastanza per incidere in modo positivo sulle pratiche utili al singolo ed alla comunità.

Il cittadino può presentare alla pubblica amministrazione autocertificazioni invece di numerosi certificati anagrafici od amministrativi, ma non sono sostituibili con l’autocertificazione i certificati medici.

Questo comporta per tutti i lavoratori, pubblici e privati, l’obbligo di produrre un certificato medico di inabilità al lavoro per giustificare le assenze dal lavoro, anche di un solo giorno.

Questo comporta per tutti i medici, dipendenti, convenzionati e liberi professionisti, l’obbligo di certificare la inabilità al lavoro, talora in base a sintomi riferiti dal paziente, poco o nulla evidenti sul piano clinico, e con scarsa o nulla possibilità di accertamento o verifica clinica.

Per questo ogni giorno, in ogni città e paese d’Italia, vengono redatti migliaia di certificati di malattia, inviati poi telematicamente al SAC (Sistema Accoglienza Centrale), senza un reale vantaggio per il cittadino e con rilevante impegno ed assunzione di responsabilità del medico certificatore.

Medico certificatore che per il rilascio di certificati falsi o che attestino dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente documentati rischia la reclusione da 1 a 5 anni, una multa da 400 a 1600 euro, il licenziamento o la perdita della convenzione, e la radiazione dall’albo professionale.

Il Consiglio direttivo del nostro Ordine provinciale, dopo avere aperto un procedimento disciplinare nei confronti di un iscritto accusato di avere rilasciato certificazioni di malattia attestanti dati clinici non direttamente constatati, ritenendo opinabile che tale violazione della Legge debba comportare una pena di tale gravità, immotivatamente differenziata nella previsione di reato per i comportamenti riferiti al dipendente pubblico e privato,  ha ritenuto di dover segnalare con forza, in tutte le opportune sedi, la necessità di procedere ad una revisione delle vigenti norme giuridiche ed alla introduzione della autocertificazione per i primi tre giorni di malattia.

Abbiamo ottenuto la unanime condivisione di queste richieste in ambito ordinistico regionale e nazionale, ed abbiamo quindi organizzato un Convegno dal titolo “La certificazione dello stato di malattia del dipendente pubblico e privato” per ribadire pubblicamente tali richieste, con il sostegno del parere di illustri giuristi,  e con l’avallo della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri che ha dato il proprio patrocinio all’evento.

Il Convegno si svolge oggi nella nostra città, che per tale importante iniziativa ospita il Presidente Nazionale della FNOMCeO Sen. Amedeo Bianco, i rappresentanti degli Ordini dei medici di Roma, Milano, Brescia, Modena, Ferrara, Reggio Emilia, Parma, Venezia, Massa Carrara, Udine, Pordenone, Varese, Verbania ed i rappresentanti nazionali di tutti i maggiori sindacati medici e delle associazioni scientifiche dei medici.

 

Ogni giorno, in ogni città e paese d’Italia, vengono redatti migliaia di certificati di malattia per attestare la inabilità al lavoro, anche di un solo giorno,  dei dipendenti pubblici e privati.

La certificazione talora viene rilasciata sulla base dei sintomi riferiti dal paziente, poco o nulla evidenti sul piano clinico, e con scarsa o nulla possibilità di accertamento o verifica clinica.

 Il medico certificatore, per il rilascio di certificati falsi o che attestino dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente documentati, rischia la reclusione da 1 a 5 anni, una multa da 400 a 1600 euro, il licenziamento o la perdita della convenzione, e la radiazione dall’albo professionale.

Il Consiglio direttivo del nostro Ordine provinciale, dopo avere aperto un procedimento disciplinare nei confronti di un iscritto accusato di avere rilasciato certificazioni di malattia attestanti dati clinici non direttamente constatati, ritenendo opinabile che tale violazione della Legge debba comportare una pena di tale gravità, immotivatamente differenziata nella previsione di reato per i comportamenti riferiti al dipendente pubblico e privato,  ha ritenuto di dover segnalare con forza, in tutte le opportune sedi, la necessità di procedere ad una revisione delle vigenti norme giuridiche ed alla introduzione della autocertificazione per i primi tre giorni di malattia.

Abbiamo ottenuto la unanime condivisione di queste richieste in ambito ordinistico regionale e nazionale, ed abbiamo quindi organizzato questo Convegno dal titolo “La certificazione dello stato di malattia del dipendente pubblico e privato” per ribadire pubblicamente tali richieste, con il sostegno del parere di illustri giuristi,  e con l’avallo della nostra Federazione Nazionale che ha dato il proprio patrocinio all’evento.

Sono presenti oggi il Presidente Nazionale della FNOMCeO Sen. Amedeo Bianco, i rappresentanti degli Ordini dei medici di Brescia, Ferrara, Massa Carrara, Milano, Modena, Parma, Pordenone,  Reggio Emilia, Roma Venezia, , Udine, Varese, Venezia,  Verbania Clusone Ossola ed i rappresentanti nazionali di tutti i maggiori sindacati medici ( ANAAO-ASSOMED, ANDI, CIMO, FIMMG, SISMLA, SMI, SNAMI e delle associazioni scientifiche dei medici ANMEFI, FAMLI,  PROMED-Galileo, SNAMID).

Presenti in sala anche il collega Pierpaolo Gallini, Assessore al Welfare della Amministrazione provinciale di Piacenza e numerosi avvocati del Tribunale di Piacenza.

Vi ringrazio tutti di cuore, e mi auguro che il nostro comune impegno convinca la opinione pubblica, le forze politiche, i sindacati dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro, che la semplificazione delle pratiche amministrative deve essere realizzata attraverso la giusta responsabilizzazione del cittadino lavoratore.

Lascio subito la parola ai moderatori Pierantonio Muzzetto e Maurizio Scassola, per la apertura dei lavori.

3- Relazione di apertura del Convegno

Pierantonio Muzzetto

Presidente OMCeO Parma e Presidente Federazione OMCeO Regione Emilia Romagna

Nell’aprire, quest’oggi a Piacenza, il Convegno su “Fascicolo Sanitario Elettronico fra dubbi e certezze” mi corre l’obbligo, a nome della Federazione Regionale che rappresento, di complimentarmi sinceramente con Il presidente Pagani per l’organizzazione impeccabile del convegno.

Riguardo l’argomento, scelto dalla nostra Federazione regionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, non posso che esprimere le mie aspettative nell’ascoltare quanto diranno gli illustri relatori che oggi si susseguiranno e ritengo positivo puntualizzare taluni aspetti “in coming” della professione in ambito dell’innovazione purché funzionale ad un reale miglioramento del sistema salute.

Siamo riuniti a Piacenza chiamati ad un confronto che porterà ad ampliare le conoscenze ed offrire elementi per valutazioni più appropriate, avendo la fortuna di ascoltare le posizioni ufficiali del Ministero della Salute, della Nostra Regione, qui rappresentati al più alto livello, e che vede la presenza dei Presidenti di tutti gli Ordini della nostra regione e di coloro, i medici, che sono i gestori sul campo delle problematiche sanitarie e che si avvalgono delle competenze di chi collabora nella filiera della salute.

Il mio compito è sempre difficile quando, come in quest’occasione, devo prendere la parola dopo la completa, e molto apprezzata, relazione del Presidente Bianco; non posso però esimermi dal complimentarmi con lui per il suo intervento, che ha offerto spunti di meditazione di fronte alla completezza delle sue argomentazioni, alla messe di riferimenti che ci ha offerto alla considerazione e agli ovvi risvolti che ne scaturiscono.

Anche perché le sue valutazioni aprono una serie di problematiche, per loro essenza, meritevoli d’attenta riflessione.

Ci si aspetta di conoscere a che punto sia la trattazione del problema dell’innovazione sul territorio italiano, per come verrà vissuta dalla pars medica, e risulta forte l’aspettativa di conoscere i programmi d’intervento a livello nazionale e regionale perché competenti.

Ci dovranno offrire una visione chiara della situazione attuale che deve essere considerata e opportunamente valutata, perché ci viene posta da chi per mandato è sempre, e dev’essere, finalizzata alla tutela della salute del cittadino: competenza che peraltro ci compete e con essi condividiamo, per cui suonano familiari alcuni richiami che ci sono propri, impegnandoci per parte nostra ancor più nella funzione di tutori della salute.

E per questo gli sforzi dei medici e del mondo sanitario devono essere sintonici e ci accomunano laddove ci si richiami all’agire per il soddisfacimento dei bisogni reali della popolazione considerata più debole, che è poi quella ammalata.

Certo bisogna, e non possiamo esimerci dal farlo, partire dalla considerazione storica in cui viviamo la sanità d’oggi. E proprio per questo si è comunemente concordi con la considerazione che il momento in cui ci troviamo, non solo da un punto di vista sanitario, sia non a torto particolarmente delicato.

E come Federazione Regionale ci siamo proposti di organizzare questo evento partendo dalla considerazione che su di un tema così importante, come lo è il fascicolo sanitario elettrico, si debba fare chiarezza sul mezzo. Come anche sul suo utilizzo, sulla modalità di vederlo e renderlo strumento indispensabile per una sanità più efficiente e più efficace, guardando al futuro, mirando all’utilità mai anteposta all’etica della professione.

Accade spesso che ci si incontri a trattare temi particolarmente importanti, in cui la ricercatezza semantica nelle argomentazioni porta piuttosto a teorizzare, talvolta non riuscendo ad applicare i principi e gli strumenti identificati; creando, cioè, i presupposti per rendere oggettivi quegli aspetti per i quali siamo chiamati ad un approfondimento.

Questa è la vera sfida: agire e applicare quanto riteniamo utile, dunque idoneo, perché applicabile. Riducendo i limiti tra il dire e il fare. Facendo proprie le parole del poeta, ”odio le parole che suonano e non creano”, oggi manifestiamo i nostri intenti: è nostro il compito fugare ogni dubbio per arrivare a certezza.

Al fine di arrivare a capire e a carpirsi, ci si può richiamare all’acronimo che taluni sociologi tendono ad utilizzare in casi in cui si debba arrivare a chiarezza, quasi fosse la tesi di un teorema: SISOC. Un acronimo semplice e non un mostro come per assonanza potrebbe evocare, un Moloch.

Di fatto racchiude concetti fondamentali come S- emplificazione, I-nnovazione, S-pecificazione, O-mogenizzazione e C-omunicazione efficace: S.I.S.O.C.

Un acronimo che segna il percorso a cui richiamare i gestori ministeriali e regionali, affinché l’innovazione sia applicabile e soprattutto non ci si debba trovare di fronte a nuova fonte interpretativa, così da renderla interpretabile a seconda delle realtà nella quale l’innovazione stessa debba essere sviluppata.

Ma dalla parte del gestore diretto della salute, il medico, significa fornire la risposta che si richiede al legislatore nazionale e regionale per rendere applicabili senza distorsioni le norme, nella fattispecie la gestione del database che raccoglie dati ultrasensibili, come sono quelli che demarcano gli ambiti della salute più personali e custoditi, e ne caratterizzano gli aspetti più delicati laddove vadano a definirsi la malattia e le cure.

E la sfida a cui si è chiamati è il farlo identificando uno strumento condiviso, anche perché utile e facile da usarsi, e che risponda incontrovertibilmente ai criteri di sicurezza e di globalità, con questo una volta fatto proprio dalla generealità dei sistemi sanitari regionali.

E perciò rispettando, declinandoli e applicandoli, i requisiti che il SISOC evidenzia.

In questo acronimo infatti, così complesso negli aspetti che richiama, si racchiude tutta la problematicità del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE).

Il problema di fondo, di cui si è parlato con i responsabili del Ministero e della Regione, la Dottoressa Di Minco, la Dottoressa Darchini e il Dottor Brambilla, è che non ci sia alcun dubbio interpretativo e che la chiarezza sia alla base dell’applicazione diffusa e omogena su tutto il territorio nazionale.

Perché chiarezza si declina con diffusione del metodo e dello strumento e, soprattutto, ne possa consentire l’applicazione senza che si debba, come dicevo prima, interpretare o reinterpretare ogni passaggio ed ogni atto ad esso relativo.

Quanto dico non è un puro artifizio retorico, ma sul tema specifico si può dire con ragionevole certezza, e anche correttezza, che il problema del FSE è oggi una prerogativa di poche regioni, per cui anche da un punto di vista della consapevolezza della sua utilità i pareri non sono omogenei e i passi per attuarlo sono, per così dire, a macchia di leopardo.

I primi della classe hanno innovato, gli ultimi della classe forse non hanno ancora considerato l’innovazione, o forse non sanno cosa sia innovazione in questo ambito.

Che è, poi, la fotografia della nostra nazione. E da qui parte la vera sfida per il legislatore: avere una legge che sia chiara, applicabile da subito e che non abbisogni di una norma interpretativa, che sua volta richiede una norma interpretativa regionale e addirittura, in fase di ultima applicazione, anche provinciale, periferica.

Che poi si riassume nella “semplificazione” che deve essere certa e visibile nelle azioni applicative e, dunque, negli atti. Questo, a ben vedere è il primo dei problemi di fronte a cui ci si confronta e ci si scontra: e non può che essere un freno allo sviluppo sanitario senza che ci siano regioni che vadano a velocità così differenti da essere ferme.

Su ciò bisogna ragionare, perché le implicazioni economiche sono evidenti e fonte di una spesa che non ci possiamo assolurtamente più permettere, riuscendo di contro ad operare un vero risparmio di risorse economiche e umane, laddove ci sia una omogeneità nell’applicazione delle norme e nell’utilizzo degli strumenti, organizzativi e professionali, purché in modo omogeneo e diffuso su tutto il territorio nazionale.

E questo è stato l’elemento che ha pervaso le nostre decisioni come Federazione regionale, cercando di trovare una risposta dunque omogenea, chiara, semplice, applicabile e applicata in tutte le Regioni.

Oggi sentiamo parlare di Patient summery. Anche nella nostra regione ci sono esperienze molto avanzate ma, quando si tratta il FSE, di esso tutti ne conoscono il significato, e sanno cosa sia, ma non hanno chiaro come si applichi e si gestisca.

E la classe medica deve riuscire a fare un passo avanti, perché arrivi a capire perché ciò è condizione indispensabile per riuscire a significare i limiti e i vantaggi di questa innovazione, perché la comprensione è il passaggio per applicare l’innovazione e le direttive che la sottendono: ma non va dimenticato che questa è prioritariamente una responsabilità per chi è preposto alla sua definizione e per la sua applicazione. Al Governo della Salute, nazionale e regionale.

In un equilibrio fra principi e responsabilità sta il fulcro dell’innovazione che deve essere acquisita e digerita dal mondo medico in un rapporto collaborativo stretto con le istituzioni regionali, in modo che l’atto innovativo sia conseguenza dell’esigenza e non espressione, magari, di una retorica politica e di gestione regionale, autoreferenziale, dunque, fine a se stessa.

In prevalente opposizione al principio proprio di certa tradizione letteraria secondo cui, come nel Gattopardo, si considera virtuoso il dire di fare finalizzato a non cambiare le cose, ossia come espressione esteriore tesa unicamente a lasciare immodificate le cose stesse, oggi si deve agire per chiarire i dubbi arrivando, come nel titolo del nostro convegno, dal dubbio alle certezze.

Andando contro corrente rispetto all’adagio della società ancor oggi votata all’esteriorità e all’immagine rispettiamo il nostro essere medici, quali primi gestiori della salute e titolari indeffettibili del rapporto fiduciario di cura fra medico e paziente.

4- LA CERTIFICAZIONE DELLA SOGGETTIVITÀ: ATTO DI FEDE? ATTO DOVUTO?

Marcello Valdini

Vertigo psicogena (306.90) Insonnia (780.52) Odontalgia (525.9) Ansia (300.00)

Mestruazione dolorosa (625.3)

Sono solo alcune delle malattie, a forte caratterizzazione soggettiva, che con maggiore frequenza ricorrono nella nosografia ambulatoriale del MMG; e ho scelto queste forme all’interno della classificazione ICD9CM delle malattie, con la dizione con la quale in questa classificazione sono esattamente menzionate, all’evidente fine di non sentirmi dire che non sono malattie, ma, per es., solo sintomi.

La sostanza di queste malattie è la sofferenza, qui nella sua ovvia valenza disvalidante trattando noi oggi della certificazione malattia. Ho usato il termine “sostanza”, in quanto con “sostanza” lessicalmente ci si riferisce al nucleo caratterizzante l’oggetto del pensato; non si può infatti pensare a queste malattie senza pensare subito al dolore che le caratterizza: la malattia è il dolore, il dolore è la malattia.

Sofferenza, dolore, disturbo della cenestesi, se dal lato meramente biologico sono la risultante del processo patogenetico innescato da una noxa più o meno nota, quindi un effetto, dal lato fenomenico sono la causa della disvalidità oltre che la sostanza della disvalidità medesima; il dolore è la disvalidità.

Il dolore è la più intima delle esperienze, oltre che la più universale, e basta a se stesso anche in termini di conoscenza. Epistemologicamente è uno di quei casi in cui nessun dubbio può sorgere riguardo all’oggettività di quanto osservato dall’osservatore che osserva se stesso: nulla, infatti, di più oggettivo, direi assoluto, vi è nel proprio dolore, nel personalissimo vissuto di quel preciso dolore, perchè il parametro della sua intensità sta solo all’interno di chi subisce l’esperienza di quella sofferenza. La massima soggettività, quindi, diviene, in un ossimoro perfetto, la massima obiettività: il relativo si fonde con l’assoluto. Se così non fosse, nessuno potrebbe dire, come invece dice, “mai avrei immaginato di provare tanto dolore”.Ora, se sulla soggettività del dolore nessuno può avanzare dubbi, come nessuno può dubitare dell’esistenza del dolore, ci si deve chiedere come può il MMG verificarne l’attendibilità e, soprattutto, se questa operazione di verifica sia legittima, specie dal punto di vista deontologico.

Il rapporto medico-paziente basa sulla fiducia, la fiducia ne è il fondamento; è il motore immobile di quel processo duale che porta alla guarigione o, nei casi estremi, alla sua parvenza, che poi è lenimento dell’anima.

Il medico che non crede al dolore dell’uomo che gli si rivolge chiedendo aiuto commette un atto di lesa umanità, un atto che potrebbe anche poi assumere rilevanza penale nell’ipotesi dell’omissione di soccorso.

Il medico curante non è il medico-legale che deve pretendere la prova del vero; il curante, al contrario, deve credere, deve credere perché se non crede non può curare. Quanta malpratica da diffidenza ci propone quotidianamente la stampa! Ma non confondiamo la diffidenza col dubbio, perché il dubbio coltiva la diagnosi e avvicina alla verità, la diffidenza allontana.

Il MMG è uno che cura; non è un Carabiniere!

Ora, atteso che la sostanza è la soggettività, e che il medico non può non credere, quando il medico certifica uno degli stati di malattia di cui parliamo, certifica ciò che non vede né tocca; certifica, cioè, il non certificabile; mette la sua firma sotto la diagnosi fatta da un altro, fatta dal malato. E allora, perché non può essere il malato a certificare la sua malattia?

Non voglio anticipare quanto diranno altri ben meglio titolati di me; voglio solo rappresentare il disagio del medico in generale e del MMG in particolare quando si trova a dovere dare conto, all’opinione pubblica o anche al Magistrato, di certificati di malattia a esclusivo contenuto soggettivo.

Restando sul piano della certificazione della soggettività, poi, il discorso può dilatarsi – in termini teoretici sia ben chiaro e propedeutici a un’ipotesi di soluzione del problema – sino alla certificazione di una malattia dal paziente lamentata a distanza, cioè non vis-a-vis.

Atteso che – nella sostanza della diagnosi – tra il mal di testa dichiarato al medico nel suo ambulatorio e quello invece lamentato al telefono non c’è differenza alcuna, come per qualsiasi patologia a elevato se non esclusivo contenuto soggettivo, quale vulnus commette il MMG se certifica uno stato di malattia rappresentatogli per es. telefonicamente da un paziente che conosce in tutte le sue pieghe?

La risposta espone a rischi di incomprensione, per cui è bene risottolineare il carattere speculativo della domanda, tesa all’identificazione di una corretta metodologia valutativa del problema certificato/certificazione nel contesto assicurativo malattia-lavoro; cioè, tesa a stabilire cosa è lecito, cosa è dovuto e cosa è possibile certificare.

Il fatto che il certificato sia un atto dovuto quando imposto dalla legge o quando richiesto dall’interessato è assodato; che sia lecito certificare solo quanto caduto direttamente ed esclusivamente sotto i sensi del medico è parimenti assodato. Resta in discussione cosa sia possibile certificare.

Sulla possibilità di certificare a distanza forse può soccorrere il combinato disposto dell’art. 24 del Codice di Deontologia Medica1 e di quanto codificato dall’Accordo Regionale (Emilia Romagna) per la disciplina dei rapporti con i Medici di Medicina Generale2, là dove, all’art. 24, si fa riferimento ai dati clinici oggettivamente documentati e nell’accordo si ammette la liceità del consulto telefonico. E per quanto attiene i dati clinici oggettivamente documentati si crede che tra questi si possa annoverare anche la conoscenza, magari pluriennale, del proprio paziente, la cui patologia da certificare è stata studiata e ristudiata, non che specialisticamente refertata.

Viviamo un tempo in cui il telefono, la telemedicina, le teleconferenze, le comunicazioni telematiche tutte hanno impoverito la fisicità del contatto umano perché spesso da questi mezzi resa superflua: la PEC ha sostituito la raccomandata, la teleconferenza ha limitato gli spostamenti, skype consente tutto quanto possibile a vista e udito; addirittura si possono eseguire interventi chirurgici da un continente all’altro.

I giuristi ci diranno se la via della certificazione di stati appresi a distanza sia praticabile, quindi codificabile o se, per certificare l’incertificabile sia meglio per tutti legiferare nel senso della autocertificazione, sia pure limitatamente ai primi giorni di malattia.

1 Art. 24 – Certificazione – Il medico è tenuto a rilasciare al cittadino certificazioni relative al suo stato di salute che attestino dati clinici direttamente constatati e/o oggettivamente documentati. Egli è tenuto alla massima diligenza, alla più attenta e corretta registrazione dei dati e alla formulazione di giudizi obiettivi e scientificamente corretti. 2 Accordo Regionale in attuazione dell’ACN reso esecutivo in data 23 Marzo 2005, mediante Intesa nella Conferenza Stato –Regioni, per la disciplina dei rapporti con i Medici di Medicina Generale. […] Consigli terapeutici telefonici. L’aumento della cultura media sanitaria della popolazione ha aumentato nei cittadini la capacità di descrivere in modo appropriato un sintomo o una situazione di malattia offrendo la possibilità al medico di continuità assistenziale di formulare, in alcune situazioni cliniche, attraverso un intervista anamnestica telefonica, delle ipotesi diagnostiche e soprattutto, in casi di lieve entità del sintomo, offrire consigli terapeutici monitorando eventualmente il problema durante l’arco del turno di presenza. Anche in caso di pazienti cronici che sono in grado di descrivere eventuale modificazione del loro stato di malattia, il medico di continuità assistenziale può valutare, con la collaborazione del paziente, una modifica della terapia in atto e monitorare, sempre con il colloquio telefonico o con una visita domiciliare, se necessario, l’effetto della terapia. Occorre consolidare questa tipologia di risposta terapeutica perché, essendosi dimostrata efficace, può consentire di aumentare il numero delle risposte fornite dal servizio, ferma restando la presa in carico del paziente che riceve un consiglio terapeutico telefonico ed è successivamente monitorato, in modo da non sentirsi abbandonato o trattato con poca attenzione. Tale modalità di risposta terapeutica richiede protocolli clinici condivisi che definiscano le situazioni cliniche che maggiormente possono essere monitorate con il consiglio telefonico, richiede la validazione delle modalità ed eventuali procedure da attuare per l’effettuazione dell’inchiesta anamnestica, secondo logiche di appropriatezza clinica, anche al fine di riconoscere valore medico legale al consiglio terapeutico telefonico. Si conferma che, in ogni caso, la responsabilità della valutazione finale e della tipologia dell’intervento è di specifica competenza del medico interpellato.

5- La Normativa Italiana

Avv. Giuseppe Manfredi

 

1.Il mio breve intervento in sostanza riguarda le previsioni dell’art.55- quinquies del Testo Unico del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministra- zione ex d.lgs. 165 del 2001 che riguardano i medici. Come noto questa disposizione è stata introdotta nel Testo unico del lavoro pub- blico dal d.lgs. n.150 del 2009 (il c.d. decreto “Brunetta”), ed è intesa a sanzionare severamente un malvezzo di certi settori della pubblica amministrazione, ossia l’assenteismo. A tal fine il comma 1 prevede che giustificare l’assenza dal servizio tramite una certificazione medica o falsa, oppure falsamente attestante uno stato di malattia, viene punito in sede penale con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600: e che la medesima pena si applica al medico che ha concorso nel reato. Il comma 3 di questo articolo prevede poi che la “sentenza definitiva di condanna o di applicazione della pena per il delitto di cui al comma 1” comporta per i medi- ci una serie di conseguenze extrapenali che forse sono ancora più gravose di quelle della sanzione penale. Ho usato l’espressione “conseguenze extrapenali” perché esse non derivano diret- tamente dalla condanna penale, ma le conseguono indirettamente, dato che si ri- solvono in sanzioni disciplinari. Sanzioni sia di ordine deontologico (che vanno applicate da parte del compe- tente Ordine dei medici), sia di ordine lavoristico (che vanno applicate da parte della ASL presso cui il medico presta servizio, o su iniziativa dell’Azienda con cui il medico è convenzionato). Innanzitutto si prevede che la sentenza definitiva di condanna comporta la san- zione disciplinare della radiazione dall’albo.In secondo luogo, che, se il medico è dipendente di una struttura sanitaria pub- blica, dev’essere irrogato licenziamento per giusta causa. Se invece è sanitario convenzionato con il servizio sanitario nazionale, dev’essere disposta la decadenza dalla convenzione.

L’ultimo periodo del comma 3 soggiunge poi che “le medesime sanzioni discipli-

nari si applicano se il medico, in relazione all’assenza dal servizio, rilascia certi-

ficazioni che attestano dati clinici non direttamente constatati né oggettivamen-

te documentati”.

2.Ora, è vero che il problema dell’assenteismo nella P.A. (o meglio, in certi

settori della P.A.) è grave, e merita senz’altro di essere risolto: ed è vero anche

che talora i medici sono stati troppo corrivi nel rilasciare i certificati di malattia.

Ciò nonostante, qui il legislatore nei confronti dei medici è stato di una severità

inusitata, dato che vi sono comportamenti molto più gravi che vengono puniti in

modo molto meno gravoso.

Ma lasciamo perdere le considerazioni di merito, che peraltro non mi competono,

dato che qui parlo come legale, e analizziamo queste previsioni da un punto di vi-

sta strettamente giuridico.

Da questo punto di vista vale innanzitutto la pena di rilevare che sotto il profilo

procedurale l’art.55-quinquies pare derogare al principio della autonomia tra

procedimento penale e procedimento disciplinare.

Ossia il principio secondo cui procedimento penale e procedimento disciplinare

procedono autonomamente.

Per quanto riguarda i procedimenti disciplinari di competenza dell’Ordine dei

medici, la giurisprudenza della Commissione centrale per gli esercenti le profes-

sioni sanitarie ritiene che questo principio derivi dall’art.44 del d.P.R. 221 del

1951, il Regolamento sulla disciplina delle professioni sanitarie.

Per quanto riguarda il lavoro pubblico il principio (in modo abbastanza curioso) è

stato sancito proprio da un’altra delle riforme recate dal c.d. decreto “Brunetta”,

ossia dall’art.55-ter del T.U. 165 del 2001.

Invece dall’art.55-quinquies sembra evincersi che tutti i procedimenti disciplinari

correlati alla falsa attestazione di uno stato di malattia possono essere iniziati so-

lo dopo che è intervenuta una sentenza penale definitiva.

Ossia una sentenza passata in giudicato – e dunque, se vi sono state delle impu-

gnazioni, dopo l’appello e dopo il giudizio di cassazione.

Invece i procedimenti disciplinari (sia quello deontologico, sia quelli lavoristici)

possono e devono essere iniziati immediatamente nei casi previsti nell’ultimo pe-

riodo del comma 3 dall’art.55-quinquies.

Le ipotesi in cui “il medico, in relazione all’assenza dal servizio, rilascia certifi-

cazioni che attestano dati clinici non direttamente constatati né oggettivamente

documentatinon sono sanzionate penalmente, ma solo in via discipli-

nare.

3.Occorre poi precisare che la sentenza penale definitiva in esito a cui van-

no avviati i procedimenti disciplinari è sia quella di condanna, sia quella di

applicazione della pena su richiesta delle parti, ossia di patteggiamento.

Sembrano lontani i tempi in cui la Corte costituzionale, nella sentenza 251 del

1991, precisava che la sentenza di patteggiamento ha un’efficacia ben diversa da

quella della sentenza di condanna.

La Cassazione ormai da tempo afferma che “la sentenza penale emessa a seguito

di patteggiamento ai sensi dell’art. 444 c.p.p., costituisce un importante elemen-

to di prova nel processo civile (la richiesta di patteggiamento dell’imputato im-

plica pur sempre il riconoscimento del fatto-reato); il Giudice, ove intenda di-

sconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui

l’imputato avrebbe ammesso una sua responsabilità non sussistente e il Giudice

penale abbia prestato fede a tale ammissione … Infatti, la sentenza di applica-

zione di pena patteggiata “pur non potendosi tecnicamente configurare come

sentenza di condanna, anche se è a questa equiparabile a determinati fini”, pre-

suppone “pur sempre una ammissione di colpevolezza che esonera la contropar-

te dall’onere della prova” – lo si legge nella sentenza 17289 del 2006 delle Sezio-

ni Unite: ma la giurisprudenza sul punto è costante.

4.Ma soprattutto va detto che tutte le norme del comma 3

dell’art.55-quinquies sono con ogni probabilità costituzionalmente il-

legittime perché prevedono la radiazione dall’albo, il licenziamento

per giusta causa e la decadenza dalla convenzione come conseguenza

automatica della sentenza penale di condanna o di patteggiamento.

E ciò per violazione di quello che è un principio generale che si desume dalla

nostra Costituzione, ossia del principio della necessaria adeguatezza e

proporzionalità delle sanzioni disciplinari al caso concreto,

Principio in base a cui sono contrarie alla Costituzione tutte le sanzioni

disciplinari irrogate automaticamente in conseguenza di una senten-

za penale di condanna.

Ricordiamo sinteticamente che questo principio era stato postulato una prima

volta in via generale nella sentenza della Corte Costituzionale 270 del 1986.

Nella sentenza 971 del 1988 la Corte aveva dunque dichiarato illegittime le ipotesi

di destituzione automatica previste per gli impiegati pubblici dall’art.85 del T.U.

3/1957 e da diverse disposizioni speciali.

In esito a queste sentenze il legislatore aveva emanato la legge 19 del 1991, nel cui

art.9 si afferma il principio per cui “il pubblico dipendente non può essere desti-

tuito di diritto a seguito di condanna penale. È abrogata ogni contraria disposi-

zione di legge”.

Peraltro la Corte costituzionale ha applicato questo principio in svariate occasioni

anche riguardo ai professionisti.

Nella sentenza 766 del 1988 ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma

dell’ordinamento dei dottori commercialisti che prevedeva la sospensione auto-

matica per determinati reati.

Nella sentenza 40 del 1990 ha dichiarato illegittima la destituzione di diritto dei

notai.

Nella sentenza 2 del 1999 ha dichiarato illegittima la radiazione di diritto dei ra-

gionieri e periti commercialisti.

Ma non solo.

Questo principio è stato affermato anche riguardo all’ordinamento dei medici.

Non direttamente dalla Corte costituzionale, ma, piuttosto, dalle Sezioni Unite

della Cassazione, che nella sentenza 9228 del 1990 hanno dichiarato illegittimo, e

quindi disapplicato, l’art.42 del Regolamento sulla disciplina delle professioni sa-

nitarie di cui al d.P.R. 221 del 1951, ove prevede la radiazione di diritto del medico

in esito alla condanna per determinati delitti.

E in questo senso è tuttora orientata la giurisprudenza della Commissione centra-

le per gli esercenti le professioni sanitarie.

Ad esempio, con la decisione n.42 del 2007 la Commissione ha ritenuto “fondato

il motivo di ricorso con cui si lamenta la violazione dell’art. 47 del d.P.R. n.

221/1950, in relazione all’art. 445 c.p.p., quando risulti che non è stata au-

tonomamente valutata, dall’Ordine o dal Collegio, la rilevanza disci-

plinare del comportamento del sanitario condannato in sede penale.

Infatti, è illegittimo il provvedimento con cui viene irrogata una san-

zione disciplinare come mera conseguenza di una condanna penale,

senza che l’organo di disciplina dia conto di una propria autonoma

valutazione del comportamento tenuto dal ricorrente, limitandosi in-

vece ad affermare che si riscontra, a carico dell’incolpato, un comportamento

non deontologicamente corretto”.

E nello stesso senso, ma in un caso in cui si lamentava la mancanza di correlazio-

ne tra risultanze del processo penale e provvedimento disciplinare, va la decisio-

ne 66 del 2007: “se è vero che, ai sensi dell’art. 653 c.p.p., i fatti accertati in sede

penale vincolano l’organo di disciplina quanto all’accertamento della sussisten-

za del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha

commesso, è pur sempre demandato al predetto organo di valutare la rilevanza

e la gravità dei medesimi fatti sotto il profilo deontologico”.

5.In conclusione, pare dunque probabile che l’automatismo previsto dal

decreto “Brunetta” venga dichiarato incostituzionale, e che dunque venga restau-

rato il principio della autonoma valutazione degli illeciti in sede disciplina-

re.

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