S chematicamente possiamo dividere in tre gruppi i rapporti di lavoro della professione medica: i liberi professionisti, i parasubordinati e i dipendenti.

La libera professione

Il libero professionista è un lavoratore che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’attività svolta da tale soggetto è detta libera professione. Per esercitare la loro attività, i liberi professionisti devono possedere requisiti di legge, generalmente devono essere iscritti agli albi professionali quando questi esistono; in caso contrario, nulla vieta loro di iscriversi ad un’associazione di categoria.

Mentre il libero professionista è, per definizione, un lavoratore autonomo dotato di partita IVA che esercita una professione intellettuale, è altrettanto vero che molte professioni intellettuali, anche quelle per cui sia obbligatoria l’iscrizione ad un albo, sono pure esercitate sotto forma di lavoro subordinato: medico, giornalista, veterinario, farmacista, ingegnere, architetto, geometra e (in alcune nazioni) anche avvocato, sono esempi di professioni regolamentate svolte anche come dipendenti da un datore di lavoro. In questi casi non si può parlare di liberi professionisti. Salvo le eccezioni stabilite dalla legge, l’esercizio della libera professione non è generalmente precluso a chi sia lavoratore dipendente. Invece, in alcune situazioni il lavoratore può svolgere contemporaneamente la professione sia come dipendente che come libero professionista: il classico caso è quello di quei medici che prestano servizio presso strutture pubbliche e che svolgono anche attività libero professionale, in gergo “da privato”. Oppure vi è anche il caso in cui un soggetto svolga un’attività lavorativa (regolamentata o meno) da dipendente e nello stesso tempo eserciti la libera professione: ad esempio i numerosi insegnanti (privati o pubblici) che poi hanno anche una loro attività consulenziale.

L’art. 2229 del codice civile “Delle professioni intellettuali” inquadra l’esercizio di una professione intellettuale. L’articolo in oggetto precisa che è la legge che “determina le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi o elenchi”. Pertanto, le libere professioni ordinistiche sono un sottoinsieme delle libere professioni. Questo assunto è successivamente confermato dall’art. 2231 che ribadisce il concetto secondo il quale la “prestazione d’opera intellettuale” (art. 2230) può essere condizionata “all’iscrizione in un albo o elenco”. La legge 14 gennaio 2013, n. 4 riprende la definizione di cui sopra, specificando che l’esercizio della professione (non ordinistica ovvero associativa) “è libero”. Infine, mentre in Italia i professionisti non sono imprese, per la giurisprudenza comunitaria è impresa “qualsiasi entità che esercita una attività economica, a prescindere dal suo stato giuridico e dalle sue modalità di finanziamento”. Le attività di chi esercita una professione sono “attività organizzate per la produzione di servizi, ossia per l’esecuzione di prestazioni di fare”. Quindi i liberi professionisti, per la normativa comunitaria, sono imprenditori.

In base alla riforma del 2012, operata ai sensi del D.P.R. 7 agosto 2012 n. 137 emanata in applicazione del decreto legge 13 agosto 2011 n. 138 – convertito in legge 14 settembre 2011 n. 148 – la disciplina del tirocinio professionale ha subito una riforma generale. Inoltre, ai sensi del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1 – convertito in legge 24 marzo 2012, n. 27 – le tariffe ordinistiche sono state abolite, stabilendo nel contempo che il compenso del professionista venga determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro competente. La materia è di estrema attualità con il dibattito parlamentare sull’”equo compenso” che si è concluso con l’approvazione del decreto fiscale del 30 novembre 2017: la Camera ha, infatti, approvato in via definitiva il testo collegato alla Manovra finanziaria con 237 voti favorevoli, 156 contrari e 3 astenuti. Il decreto fiscale in oggetto stabilisce, tra le altre cose, che il compenso è equo se proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, nonché al contenuto e alle caratteristiche della prestazione. Sono nulle le clausole con cui un cliente si riserva di modificare unilateralmente le condizioni del contratto, le omissioni di elementi essenziali, la pretesa di prestazioni gratuite aggiuntive, la richiesta all’avvocato di anticipare le spese o di rinunciare al rimborso spese o di accettare pagamenti oltre i 60 giorni, la previsione di attribuire solo il minore importo previsto in caso di incasso delle spese di lite. Sono nulle pure le clausole che estendano retroattivamente previsioni sostitutive peggiori per il professionista, o vincolino alla firma del “contratto-capestro” il compenso per il lavoro fatto. L’avvocato ha 24 mesi per far valere l’azione di nullità. Per i professionisti-iscritti a Ordini e non -i parametri sono definiti dai decreti ministeriali adottati ai sensi della legge 27/12. L’Antitrust ritiene tali norme in contrasto con la legge sulla concorrenza perché riaprono ai tariffari minimi abrogati nel 2006. L’Authority in una lettera della componente Gabriella Muscolo ricorda al governo che lo statuto delle partite Iva già vieta alle Pa di accettare prestazioni con compensi inferiori a quelli fissati nei decreti ministeriali e considera inefficaci clausole e condotte abusive verso contraenti deboli. Inutile dunque inserire un’ulteriore disciplina: «Possibili squilibri contrattuali possono essere affrontati istituendo studi professionali in forma di società di capitali o studi multidisciplinari, attraverso cui raggiungere elevate economie di scala, senza pregiudicare la qualità della prestazione».

Dal 15 agosto 2014 i liberi professionisti ordinistici sono obbligati (a seguito della riforma delle professioni, decreto del Presidente della Repubblica 137/2012 di cui sopra che ha avuto diverse proroghe) a dotarsi di una polizza assicurativa RC.

L’iscrizione ad un albo professionale è tipica delle “professioni protette“, nell’ambito del sistema ordinistico contrapposto al libero professionista inquadrato nelle “associazioni professionali“, di tipo volontario. Quest’ultimo sistema ha trovato riconoscimento giuridico da parte dello Stato con la legge sulle associazioni professionali 14 gennaio 2013, n. 4 (“Disposizioni in materia di professioni non organizzate”), entrata in vigore il 10 febbraio 2013 (precedentemente approvata in via definitiva dalla Camera il 19 dicembre 2012, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 22 il 26 gennaio 2013). Tale legge, nei primi articoli, inquadra la nuova tipologia di liberi professionisti (cosiddetti senza albo) iscritti alle associazioni professionali e, comunque, dà una definizione generale (svincolata dal sistema ordinistico) di libero professionista come soggetto economico che eroga servizi mediante il ricorso prevalente o esclusivo di prestazione intellettuale.

La parasubordinazione

Con lavoro parasubordinato si indica, nel diritto del lavoro italiano, un tipo di lavoro che presenta caratteristiche intermedie tra quelle del lavoro subordinato e quelle del lavoro autonomo.

L’istituzione ha avuto una propria disciplina dopo l’emanazione del decreto legislativo10 settembre 2003 n. 276, recante attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro, di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30.

Dal 2016, con la soppressione delle collaborazioni a progetto  (co.co.pro.), la forma in vigore di lavoro parasubordinato, per antonomasia, è concretizzata dalle collaborazioni coordinate e continuative  (co.co.co.). In realtà, a questa occorrerebbe aggiungere la collaborazione permanente, per un solo committente, di un lavoratore autonomo ovvero le cosiddette “false partita IVA”.

Il codice civile distingue in modo preciso il prestatore di lavoro subordinato  – che, ai sensi dell’art. 2094, opera “alle dipendenze o sotto la direzione dell’imprenditore” – dal contratto d’opera, proprio invece del lavoratore autonomo , il quale, come recita l’art. 2222, “si obbliga a compiere… un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione“. Questa dicotomia è poi arricchita dall’appalto, in cui l’obbligo di compiere un’opera o un servizio è assunto da una parte “con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio” (art. 1655), ossia, secondo la communis opinio, nell’ambito di un’attività di impresa appaltatrice.

In questa definizione vediamo rispecchiata la caratteristica peculiare del lavoro parasubordinato, ossia la compresenza di subordinazione e autonomia.

La definizione originaria lascia alcuni dubbi:

  • Fino a che punto può spingersi il controllo da parte del preponente, senza che si abbia una vera e propria subordinazione?
  • Fino a che punto esso è il frutto di una libera negoziazione tra le parti, e non, piuttosto, di un prepotere contrattuale del contraente imprenditore?

Queste domande, pressoché ignorate dal legislatore del 1942, riassumono il senso e il problema sempre aperto del lavoro “parasubordinato”: individuare le situazioni concrete che, pur non rientrando nella subordinazione vera e propria, richiedono, oggettivamente, l’applicazione di (alcune) forme di tutela proprie di quella.

Non a caso, il legislatore riconosce questo genere di rapporti e ne fornisce la reductio ad unum proprio con la legge 11 agosto 1973, n. 533, meglio nota come “riforma del processo del lavoro”. L’art. 409 c.p.c., enumerando le controversie sottoposte al nuovo rito – considerato mirabile strumento di giustizia sociale – vi comprende anche i “rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale e altri rapporti di collaborazione che si concretino in una prestazione d’opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato” (ivi, n.3).

Orbene, mentre gli agenti e rappresentati di commercio sono stati disciplinati dalla legge 3 maggio 1985, n. 204, il vasto settore delle collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.), come ben presto prese a chiamarle la prassi, rimase sprovvisto di una disciplina legale (con l’eccezione, pur non trascurabile, della previdenza): per questo è sorta l’abitudine di parlarne come di lavori o contratti “atipici”, spesso con una connotazione negativa.

Proprio a questa atipicità (normativa, non sociologica) ha inteso ovviare il legislatore, con il d.lgs. 276/2003 (cd. “legge 30”), che, all’art. 61, introdusse il contratto a progetto come tipo contrattuale dei rapporti di co.co.co., diversi dall’agenzia e dalla rappresentanza di commercio.

La prassi, quindi, ha coniato per tali rapporti la nuova sigla di “co.co.pro.” (collaborazioni a progetto). Ad ogni modo le collaborazioni co.co.co. sono ancora in vigore e la legge sopraccitata ha regolamentato l’ambito applicativo.

La problematicità della definizione di lavoro parasubordinato cui sopra si accennava è ben presente nella giurisprudenza, di legittimità come di merito.

La Cassazione, con sentenza n. 17564 del 1º settembre 2004, affermò la rilevanza esclusivamente processuale del “lavoro autonomo cosiddetto parasubordinato”. Da ciò deriva una maggior attenzione nel tratteggiare la linea di demarcazione tra lavoro subordinato e lavoro parasubordinato, posto che la qualificazione della fattispecie concreta ha delle precise conseguenze sul piano del diritto sostanziale da applicare.

La giurisprudenza ha perciò individuato una serie di indici esteriori, dalla cui presenza fa discendere la sussunzione del rapporto sotto la fattispecie di lavoro subordinato, ricorrendo altrimenti alla figura del lavoro autonomo parasubordinato.

Così si è affermato che, pur dietro a relazioni formalmente riconducibili a una collaborazione autonoma, si celano rapporti di lavoro subordinato perché caratterizzati dalla osservanza di un vincolo di orario di lavoro legato alla chiusura dei locali, dall’assoggettamento al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, dal versamento a cadenze fisse della retribuzione, dalla proprietà degli strumenti di lavoro in capo al datore di lavoro, e dall’assenza di rischio (cfr. Cassazione, 4 febbraio 2002, n. 1420).

Al riguardo, si deve inoltre rammentare come “l’assoggettamento alle altrui direttive rappresenta l’elemento tipico al quale bisogna riferirsi” (Cass., 19 novembre 1998, n. 11711).

Il lavoratore parasubordinato è una figura a metà strada tra il subordinato e l’autonomo. Non è sottoposto a vincolo gerarchico bensì è gestito in forma coordinata e, spesso, inserita nell’organizzazione dell’imprenditore committente. Rientra in queste forme di collaborazione autonoma il contratto di collaborazione a progetto, detto Co.Co.Pro il quale ha sostituito (a parte alcuni casi specificatamente previsti dalla legge) il precedente contratto di collaborazione coordinata e continuativa, detta Co.Co.Co, ma che, a seguito del Jobs Act, sono stati aboliti (i Cocopro) e restano dunque solo i cococo per limitati casi di utilizzo; esistono altre forme di lavoro parasubordinato.

Il D. Lgs. 15 giugno 2015, n. 81 ha disciplinato ex novo le collaborazioni coordinate e continuative, disponendo il superamento del contratto a progetto e l’abrogazione della previgente disciplina delle collaborazioni continuative rese dai titolari di Partita Iva.

Dal 1° gennaio 2016, alle collaborazioni che si concretano in prestazioni esclusivamente personali e continuative, le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato. Non si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato in caso di collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo in ragioni di particolari esigenze produttive e organizzative del settore;

L’ Art. 2 (collaborazioni organizzate dal committente) al comma 1 recita “ A far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalita’ di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” e al Comma 4 “Dal 1° gennaio 2017 e’ comunque fatto divieto alle pubbliche amministrazioni di stipulare i contratti di collaborazione di cui al comma 1”.

In realtà, anche il diffuso impiego di addetti, formalmente lavoratori autonomi (in quanto dotati di partita IVA) ma utilizzati da un solo committente, è una modalità di lavoro parasubordinato. Sebbene nato e diffuso nel mondo della libera professione e del terziario avanzato, questa modalità si è estesa anche negli altri settori.

Anche l’accordo collettivo nazionale della specialistica ambulatoriale, rinnovato nel 2015, al comma 2 dell’articolo 2 fa riferimento a questa forma di rapporto lavorativo definendo che “gli specialisti ambulatoriali, i veterinari ed i professionisti esercitano un’attività convenzionale operante in regime di parasubordinazione nell’ambito dell’organizzazione del SSN per il perseguimento delle finalità dello stesso SSN.”

 

 

Lavoro subordinato

 

Il lavoro subordinato, informalmente detto anche lavoro dipendente, indica un rapporto di lavoro nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di  una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale. Normalmente il lavoro subordinato è regolato/disciplinato da un contratto di lavoro col datore di lavoro che stabilisce mansioni, orario di lavoro,, luoghi e remunerazione della prestazione. Il lavoratore dipendente può esercitare la sua attività di lavoro subordinato sia nel campo del lavoro privato (impresa) sia nel campo del lavoro pubblico (pubblica amministrazione, quali enti pubblici o enti parastatali).

E’ attualmente la forma lavorativa più diffusa nel mondo economico e la rispettiva figura di lavoro è posta al centro del diritto del lavoro. A questa modalità lavorativa si affiancano le forme di lavoro autonomo, quella del lavoro parasubordinato e tante altre più specifiche.

Al concetto di lavoratore subordinato si contrappone quella di conduttore dell’attività di impresa o di datore di lavoro. Le recenti modificazioni sociali ed economiche avviate dalla seconda metà degli anni ’70 hanno portato all’identificazione, oltre che di varie vategorie di lavoratori, alla nascita di nuove figure contrattuali nell’ambito del lavoro: si parla infatti di rapporti di lavoro dove l’oggetto dell’obbligazione non è “un risultato” ma un’attività, sebbene il lavoratore non sia subordinato al datore. Si parla, pertanto, di lavoratore parasubordinato o di lavoratore in regime di collaborazione coordinata e continuativa.

La fattispecie del lavoro parasubordinato può coincidere, in fatto, con ipotesi di “dipendenza economica” che si verificano quando, a prescindere dal vincolo di subordinazione, il lavoratore percepisce la maggior parte del proprio reddito da lavoro da un unico committente. In Italiaquesta fattispecie non trova ad oggi una collocazione giuridica (cosa che avviene invece in Spagna dal 2009 – Estatuto del Trabajo Autónomo en materia de contrato del trabajador autónomo económicamente dependiente) e non trova ancora una sua specifica tutela.

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