The day after

P arigi, 14 novembre 2015, ore 22,30.

La torre Eiffel è tornata ad essere illuminata, dopo 24 ore di buio assoluto: 24 ore di buio per costringerci a fare silenzio e a riflettere.

Perché il 13 novembre 2015, a Parigi, è successo qualcosa che ha cambiato le nostre vite, anche se ancora non lo vogliamo ammettere.

E’ inutile qui ripercorrere la cronaca dei fatti che ci è stata presentata dai media di tutto il mondo collegati H 24 con Parigi. Cronaca necessaria e doverosa da una parte, ma incline ad eccessi imbarazzanti di un certo giornalismo voyeuristico dall’altra. Dalle testimonianze chieste in diretta ai parigini presenti, ai superstiti ed ai testimoni di quelle ore pazzesche, a quelle dei giornalisti, alcuni dei quali costantemente alla ricerca dell’orrido (“vedete…c’è qualcuno che zoppica” commentando le immagini di coloro che scappavano dalle finestre del teatro Bataclan), passando per i discorsi ufficiali di rito dei capi di Stato, a quelli dei tuttologi, che sanno sempre tutto di tutto e che parlano e parlano sempre dopo, arrivando infine a tutti noi, gente comune, very normal people perennemente concentrati sul nostro particolare, che da ieri abbiamo capito una cosa: la guerra è arrivata anche da noi, nella Vecchia Buona Europa.

Un’Europa che i nostri avi ci hanno costruito in secoli di Storia e di Tradizioni, un’Europa che ci è stata consegnata dai nostri nonni e dai nostri genitori, che pure hanno conosciuto sulla loro pelle La Guerra.

Un’Europa che noi consegneremo ai nostri figli.

In quali condizioni dipenderà solo da noi.

Perché ieri ci siamo svegliati da un sogno in cui pensavamo di essere al sicuro nelle nostre vite pacifiche, nel nostro tran tran quotidiano, protetti nel nostro ovattato mondo “democratico”.

E abbiamo scoperto, con uno schiaffone in piena faccia, che le cose non stanno proprio in questi termini.

Dopo 70 anni di pace nella nostra terra intrisa di sangue fino ad un passato non lontano, abbiamo scoperto che tutti noi siamo vulnerabili e che lo siamo ancora di più nei momenti di svago e aggregazione a cui non dobbiamo rinunciare.

Appena pochi anni fa, dopo la caduta del Muro, non è mancato chi celebrasse la fine della storia e, invece, adesso, l’Europa conosce di nuovo il sapore acre del sangue dei suoi figli: pensavamo che mai sarebbe potuto accadere mai più. Invece no.

Abbiamo voluto nasconderci l’evidenza, perché in realtà le guerre vicino a noi non sono mai finite. Prendevamo il sole a Rimini mentre i bombardieri da Aviano volavano verso i loro bersagli in Bosnia e, di nuovo, programmavamo le nostre vacanze estive mentre una coalizione internazionale attaccava la Libia e eliminava il regime di Gheddafi lasciando il vuoto al suo posto. Abbiamo totalmente ignorato due guerre in Cecenia negli anni ’90 e ben poco ci interessa del conflitto che sta divampando in Ucraina ancora in questi giorni. Scopriamo ora la tecnica del terrorismo medio-orientale, che non fa altro che ricalcare millenarie tecniche di combattimento beduine, da sempre basate su attacchi di sorpresa finalizzati ad infliggere il maggior danno possibile nel cuore dei luoghi di più elevato valore simbolico per il nemico.

Siamo stati accecati dalla nostra Hubris, da una sorta di convincimento non dichiarato che tutto sommato a noi non sarebbe mai potuto succedere.

Abbiamo voluto nasconderci l’evidenza che non fosse pensabile che non ci sarebbe stata una risposta ai nostri raid in Siria, in Libia o altrove: la “guerra”, non dichiarata ufficialmente, condotta con sistemi non convenzionali, portata avanti con esecuzioni programmate e puntiformi rese possibili dalle più moderne procedure di targeting satellitare e dai sistemi hunter killer “intelligenti” basati sui droni di ultima generazione, era già iniziata e noi, gente comune da centro commerciale nel week end, non ce ne eravamo ancora resi conto. Fino a ieri.

In queste 24 ore ci siamo costretti a fare silenzio, a immaginare un mondo migliore e a riflettere, anche e soprattutto in qualità di medici, persone cioè che hanno fatto della difesa della vita umana il loro scopo nella vita.

Adesso dovranno essere prese le necessarie contromisure, perché è vero che oggi ci troviamo in un’assurda contraddizione. Da un lato abbiamo consentito che una guerra, non dichiarata, “pulita”, elettronica, condotta a distanza da sistemi automatici, ma pur sempre una guerra, iniziasse senza che neppure ce ne accorgessimo, dall’altro siamo stati troppo tolleranti, troppo poco attenti nel lasciare completamente aperte le nostre frontiere, troppo buonisti, troppo politically correct, troppo inclini a non considerare più necessario uno stato minimo di difesa.

Lo abbiamo visto drammaticamente lo scorso venerdì 13: nessuno di noi (né tantomeno i nostri ragazzi) è preparato, mentalmente e praticamente, non solo a difendere attivamente la propria incolumità, ma nemmeno a reagire in modo coordinato ad un’emergenza di qualsivoglia entità.

Ora è il momento di riaccendere le luci e ripensare, con calma e senza farci prendere dal panico, anche i gesti della nostra quotidianità, senza dimenticare quello che abbiamo di più caro: la nostra storia, la nostra tradizione, i nostri principi di uguaglianza, fraternità e libertà, che è tutto quello che alimenta la nostra eredità più vera per i nostri figli.

 

Federica Ferraroni

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