WorkINPS Papers – number 1

Nel numero 1 dei WorkINPS Papers (luglio 2016), è stato pubblicato il lavoro “A clash of generations? Increase in Retirement Age and Labor Demand for Youth” di Tito Boeri.

Ecco l’abstract:

Most European countries experienced a dramatic increase in youth unemployment since the Great Recession of 2007-2009. For the Euro area as a whole, employment in the 15-24 age group declined by almost 17% over a 6 years span, in Southern Europe declines ranged between 34% (Italy) and 57% (Spain). Demographic and institutional developments cannot, by themselves, account for these dramatic changes in the structure of employment by age groups. This paper evaluates whether and to which extent the increase in the retirement age introduced in several countries in the middle of the recession could have contributed to divergent dynamics of employment rates at the two extremes of the age distribution. We take Italy as a case study as a major reform took place in December 2011 increasing the retirement by up to five years for some categories of workers. We have access to a unique dataset from the Italian social security administration (INPS) identifying in each private firm the fraction of workers hit by the increase in the retirement age. We look at the dynamics of youth hirings in the same firms as well as in firms where no workers were locked-in. Our results clearly indicate that before and after the reform, firms that were more exposed to the increase in employment duration of senior workers significantly reduced youth hirings. The results are also quantitatively sizeable. We estimate that a lock-in of five workers for one year reduces youth hiring of approximately one full time equivalent worker. Overall, out of a total loss of 150 thousand youth jobs, 36 thousand losses can be attributed to the reform. A variety of robustness tests confirm our findings.

E la sintesi non tecnica

Il principale contributo di questo lavoro consiste nel valutare gli effetti sulle assunzioni di giovani della legge 214 del 2011 che, nel mezzo di una drammatica crisi finanziaria, ha bruscamente innalzato i requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alle pensioni. Vuole colmare un ritardo della letteratura empirica nel valutare le conseguenze di breve periodo sul mercato del lavoro di un innalzamento dell’età di pensionamento. Il lavoro si basa su dati Inps sulle dichiarazioni contributive delle aziende, che permettono di meglio valutare la dinamica delle assunzioni in diverse fasce di età, e sulla ricostruzione delle carriere contributive dei singoli lavoratori, che permette di identificare i lavoratori bloccati in azienda dalla riforma e la durata di questi blocchi.Qui forniamo una sintesi delle motivazioni e dei principali risultati del nostro lavoro. Dal 2010 ci sono in Italia 800.000 occupati in meno tra chi `e sotto i 30 anni di età e 800.000 occupati in più al di sopra dei 55 anni. Non si tratta di un fenomeno attribuibile alla demografia, allo spostamento verso l’ alto della gobba dei baby-boomers: il tasso di occupazione (il rapporto fra occupati e popolazione nelle diverse fasce di età) era praticamente uguale fra gli under 30 e gli over 55 all’inizio della crisi. Ora `e al 45 per cento fra chi ha più di 55 anni e al 12% tra chi ne ha meno di 30. La Grande Recessione e la crisi dell’area Euro hanno portato con s`e una riduzione di circa un terzo dell’occupazione tra i giovani, facendoci superare la soglia del 40% nel tasso di disoccupazione giovanile. Certo, questi sviluppi erano in parte prevedibili ed erano stati infatti previsti. In particolare, in presenza di un forte dualismo contrattuale giovani con contratti temporanei che possono essere interrotti dal datore di lavoro senza alcun onere, lavoratori anziani soggetti a regimi di protezione dell’impiego alquanto stringenti era legittimo aspettarsi una forte crescita della disoccupazione giovanile. E quanto avvenuto puntualmente in altri paesi a forte dualismo contrattuale, a partire dalla Spagna. Ma il dualismo contrattuale non può spiegare queste dinamiche così fortemente divergenti ai due estremi della distribuzione per età dell’occupazione, non può darci una ragione per la crescita dell’occupazione al di sopra dei 55 anni di età.

Nel dicembre 2011, al culmine di una crisi finanziaria drammatica, il Parlamento italiano ha approvato una riforma pensionistica che, nel mezzo di una pesante recessione, ha bruscamente innalzato i requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione, allontanando la pensione fino a 5 anni per alcune categorie di lavoratori. Il quesito legittimo da porsi alla luce di questi sviluppi del mercato del lavoro e della riforma del 2011 è se e in che misura il brusco (e del tutto inaspettato) innalzamento dei requisiti per andare in pensione può avere avuto un effetto negativo sull’assunzione di giovani. Il quesito `e rilevante anche per altri paesi che hanno adottato o stanno per adottare politiche di questo tipo per fronteggiare le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione sui sistemi pensionistici. Se nel lungo periodo non ci sono ragioni per ritenere che un innalzamento dell’eta` di pensionamento possa avere effetti negativi sulle assunzioni di giovani, `e possibile che, nel breve periodo, in un mercato del lavoro con regimi di protezione dell’impiego relativamente rigidi per i lavoratori anziani, queste politiche possano temporaneamente spiazzare il lavoro dei giovani. Sviluppiamo un semplice modello con generazioni sovrapposte e tre tipi di lavoratori (giovani, in et`a centrali e anziani) come guida per il lavoro empirico. Il modello ci dice che, di fronte a un’espansione forzata del numero di lavoratori anziani in un’impresa, vi può essere in effetti un calo delle assunzioni di giovani quando l’effetto negativo di scala domina l’effetto di complementarità tra lavoratori giovani e meno giovani.

 Per compiere la valutazione, abbiamo raccolto informazioni sull’universo delle imprese private con più di 15 dipendenti in Italia, utilizzando i dati dei flussi Uniemens sulle dichiarazioni contributive delle aziende. Dato che ci interessava analizzare l’andamento delle assunzioni di giovani prima e dopo la riforma, oltre che fra imprese che sono state investite in modo più o meno intenso dall’innalzamento dei requisiti, ci siamo concentrati su imprese che sono rimaste attive per l’intero periodo 2008-14. Si tratta di circa 80.000 imprese con una dimensione media di 70 addetti. In ciascuna impresa abbiamo potuto ricostruire se c’erano dei lavoratori bloccati dalla riforma e per quanti anni.

Abbiamo quindi comparato l’andamento delle assunzioni di giovani tra imprese diverse in quanto a numero di anni-lavoratore bloccati, controllando per le caratteristiche delle imprese (dimensione, settore, percentuale di operai e impiegati, composizione di genere, composizione per et`a della forza lavoro, salari medi dei giovani rispetto ai salari degli over 55, etc.). Le imprese con lavoratori bloccati hanno, in media, 11 anni-lavoratori di blocco. In tutte le analisi econometriche (condotte con metodo a doppie differenze, propensity score matching e rolling regressions sulla dimensione d’ impresa) troviamo un forte effetto negativo dei blocchi sulle assunzioni di giovani e si tratta di un effetto statisticamente significativo. L’impatto dei blocchi `e rilevante: 5 anni-lavoratore di blocco (ad esempio un lavoratore bloccato per 5 anni o due lavoratori bloccati per due anni e mezzo) comportano la presenza nell’impresa di un giovane lavoratore in meno. Proiettando questi risultati sull’insieme delle imprese con più di 15 dipendenti del settore privato, rimaste attive per tutto il periodo 2008-2014, abbiamo che i blocchi indotti dalla riforma del 2011, avrebbero ridotto le assunzioni di giovani di circa 37.000 unità. Si tratta di circa un quarto del calo delle assunzioni di giovani registrato in questo periodo.

I nostri risultati suggeriscono che innalzamenti dei requisiti pensionistici dovrebbero, se possibile, essere introdotti con una certa gradualità per evitare effetti negativi sul mercato del lavoro dei giovani. Le proprietà dei sistemi pensionistici che consentono una certa libertà ai lavoratori riguardo all’ età di pensionamento, perchè rendono questa scelta neutra sul piano attuariale, possono essere utilizzate per attutire questi effetti senza pregiudicare i risultati di queste riforme nel ridurre la spesa pensionistica.

Rimandiamo alla lettura per intero di WorkINPS Papers  numero 1   su www.inps.it/portale/default.aspx?NewsId=3302&iTipoSezione=1